Le favole di “Mr Muro”

20/03/2007

Fonte: Le Monde

di Benjamin Barthe

La scena si svolge nel mese di marzo 2004, tra gli uliveti di Biddu, un villaggio della Cisgiordania, a nord-est di Gerusalemme. Un gruppo eterogeneo, composto da ufficiali israeliani, palestinesi e avvocati dell’una e dell’altra parte, misura la superficie della collina dove si predispone una barriere elettronica.

Un uomo vigoroso, fucile M16 e kippa premuta sulla testa, guida il piccolo corteo. E’ il colonnello della riserva Dany Tirza, pianificatore della “barriera di separazione” israeliana in Cisgiordania. I palestinesi si lamentano del fatto che la barriera sfiorerà le loro case e taglierà due terzi delle loro terre.

Il colonnello, impavido, replica che una zona tampone è necessaria tra la barriera e la “Linea Verde” (linea di separazione tra Israele e la Cisgiordania occupata) per dare ai soldati il tempo di reagire in caso di infiltrazione. “I miei clienti erano impazziti” ricorda Mohamed Dahlé, avvocato del villaggio palestinese di Biddu. “Noi marciamo in questi campi splendidi che sono i loro principali mezzi di sostentamento, e tutto ciò che Tirza propone, è di modificare la barriera di qualche decina di metri. E’ come se un ladro domandasse alla sua vittima quale posizione preferisca!”.

Il suo nome è sconosciuto al grande pubblico. Ma la sua azione ha un forte impatto sulla vita di decine di migliaia di abitanti della regione. Per coloro che lo hanno fiancheggiato, Dany Tirza, 48 anni, residente nella colonia di Kfar Adumim, è “Mr Muro”. Colui che, sotto la guida di Ariel Sharon, ha disegnato questo lungo serpente in calcestruzzo lungo 730 chilometri, nel nome della sicurezza di Israele che fa a zig zag nel cuore della Cisgiordania e annette a Israele di fatto il 9% della sua superficie (senza contare le terre palestinesi assegnate alle colonie israeliane al di fuori del tracciato).

All’anziano primo ministro, la concezione e le grandi linee direttrici. Al colonnello Tirza, l’esecuzione e gli aggiustamenti sul terreno, collina dopo collina. “Il percorso è stato scelto dal duo Sharon-Tirza e l’esercito ha eseguito” dice Ilan Paz, generale in ritirata, che comandò il braccio dell’esercito nei territori occupati.

E’ nel 2001 che Ariel Sharon, eletto primo ministro, lo incarica di riflettere sul tracciato di una linea che possa prevenire l’entrata dei terroristi in Israele. Sotto la pressione di una opinione pubblica traumatizzata dagli attentati, il vecchio generale si allinea al progetto. A ritroso. I bulldozers passano all’azione nella primavera del 2002. In quest’anno, 254 civili israeliani saranno uccisi negli attentati e 460 civili palestinesi moriranno sotto i proiettili dell’esercito. Ariel Sharon conosce la portata politica di questo cantiere inizialmente portato avanti da uomini di sinistra.

Il grande organizzatore della colonizzazione teme che la muraglia non inglobi i principali blocchi coloniali nei territori. Il colonnello Tirza sarà la sua sicurezza di fronte a ogni possibile rischio. Durante il processo di pace, Tirza, colono anch’egli, è avanzato tra le colline della Cisgiordania. Topografia, piani di espansione coloniale, localizzazione delle fonti sotterranee d’acqua: come Ariel Sharon, conosce a memoria il terreno conquistato nel 1967. La connivenza politica tra i due è totale.

“E’ un ideologo vicino ai coloni, pericoloso per l’esercito” dice il generale Paz che ha tentato invano di escluderlo. “Tirza sa la verità sul Muro”, aggiunge il colonnello di riserva Shaul Arieli, che fu suo superiore diretto. Sa che il Muro prefigura la futura frontiera orientale d’Israele. Ha infatti capito che il tracciato deve inglobare il massimo di terre con il minimo di palestinesi”. L’avvocato Dany Seidemann, che si è spesso opposto a “Mr Muro” davanti alla Alta Corte di Giustizia di Israele, dice “Tirza non è tanto un colono quanto un burocrate. Io l’ho ascoltato durante il Processo di Pace; tenne un discorso in perfetto stile Oslo, ma se cambia il padrone, cambia anche il disco”.

Sulla “barriera”, la dicitura destinata al grande pubblico si riassume in due parole: “sicurezza” e “temporaneo”. L’obiettivo ufficiale del dispositivo è di “sbarrare la strada ai terroristi”. Poi, il Muro sarà smantellato. Non una parola su tutte le colonie della Cisgiordania che il Muro ingloba al prezzo di sottrarre più di 10 chilometri all’interno delle terre palestinesi. Non una parola su quei varchi che dovevano essere aperti per permettere ai palestinesi di accedere alle loro terre.

In breve, questa è la falsa prospettiva che Dany Tirza offre ai suoi interlocutori, così come il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, a cui Tirza ha reso visita tre volte a Washington. “Il Muro ha arginato la maggioranza degli atti di terrorismo”, si giustifica il colonnello Tirza. Affermazioni a priori esatta, che però omette un particolare importante: sono anche le varie tregue tattiche e/o politiche decise dai gruppi palestinesi armati a spiegare la forte diminuzione del numero di attentati-suicida (60 nel 2002, 5 nel 2006). “Io so che non esiste un tracciato perfetto” aggiunge Tirza. “Ma c’è una differenza tra qualcuno che perde la sua vita perché nulla impedisce il passaggio del terrorista e qualcuno la cui vita è colpita dalla barriera”.

Tra il 2002 e il 2004, all’apice dell’Intifada e della sua repressione, nessuna rimostranza. Davanti all’Alta Corte di Giustizia dove Tirza è regolarmente convocato per rispondere delle decine di reclami contro il Muro, si assiste al suo trionfo. “Che gli si proponesse di spostare il tracciato a valle o sulle colline o vicino a una strada, lui rispondeva sempre niet” ricorda Mohamed Dahlé. “Tirza ha sbeffeggiato il mondo intero con l’argomento della sicurezza che chiude il becco a tutti in Israele” aggiunge Michael Sfard.

Intanto i lavori di pianificazione proseguono. “Con Tirza, ci siamo visti decine di volte per individuare il miglior tracciato” spiega Shaul Goldstein, che dirige il consiglio di Gush Etzion, uno dei più antichi blocchi di colonie a sud di Gerusalemme, con 55mila abitanti. Ci ha molto aiutato; il 95% della nostra popolazione sarà del lato israeliano della barriera”.

Le difficoltà di “Mr Muro” cominciano nel giugno 2004. Nel dossier dedicato al villaggio di Biddu, l’Alta Corte non convalida la sua analisi. Nel dossier si conclude che l’offesa causata agli abitanti palestinesi è sproporzionata in rapporto all’obiettivo sicurezza. Il sussulto dei giudici è dovuto all’intervento del Consiglio per la pace e la sicurezza, un forum di antiche glorie militari riconvertite al lobbyng pro-negoziazioni. Sollecitato da Mohamed Dahlé, il loro giudizio offusca l’aurea di esperto di Tirza, dimostrando che un’altra strada è possibile senza conseguenze devastanti per i villaggi. Furibondo, il pianificatore di Sharon parla di un giorno oscuro per lo Stato e predice che “questo errore fatale si pagherà in termini di vite umane”.

Intanto è soprattutto lo stato d’Israele che paga. Alcuni interi segmenti del Muro, edificato al prezzo di 10 milioni di shekels (1,78 milioni di euro) al chilometro, devono essere demoliti e ricostruiti più vicino alla linea verde.

Un anno più tardi, il 15 giugno 2006, la stessa Alta Corte di Giustizia coglie nuovamente Tirza in flagranza di reato di frode. In risposta alla petizione del villaggio di Jayyous, le cui terre (il 70%) sono state inghiottite dalla barriera, lui aveva, come al solito, sventolato l’argomento della sicurezza. L’avvocato Sfard e gli architetti di Bimkom, un’associazione di urbanisti israeliani sensibili ai diritti dell’uomo, si erano procurati i piani di espansione della colonia vicina a Zufim. Sorpresa: “il tracciato di Tirza offriva alle colonie spazio per ingrandirsi per i prossimi 40 anni” spiega Alon Cohen-Lifshitz, di Bimkom, che esporrà una dozzina di casi simili. Il presidente della Corte, Aharon Barak infierisce.

Nella decisione resa a favore delle lamentele palestinesi, accusa Tirza di avere mentito. Il procuratore generale, Menahem Mazuz, stigmatizza “una mancanza imperdonabile” e raccomanda che “Mr Muro” sia messo in disparte. “Io ho lavorato per il futuro di Israele” risponde l’interessato. “Sui 126 dossier che ho difeso, non ho perso che due volte”.

Ci vorranno più di sei mesi perché Tirza si ritiri. Vittoria dal gusto amaro per gli avvocati dei palestinesi. Le petizioni hanno certamente permesso di ridurre da 17% a 9% la parte della Cisgiordania confiscata. Ma le tante zone franche che il Muro ha creato, come l’isolamento di Gerusalemme est dal resto della Cisgiordania, rendono la creazione di uno Stato palestinese quasi impossibile.

Tirza rifiuta questo punto di vista. Ripete che “la barriera è temporanea” e che spera di vederla cadere un giorno. Affermazione contraddittoria: ormai arruolato nel gabinetto del Primo Ministro Olmert, gestisce il progetto “All things must flow”. Questo cantiere prevede di collegare i differenti “cantoni” palestinesi attraverso un labirinto di strade sopraelevate e sotterranee. Immaginato a suo tempo da Ariel Sharon, è destinato a sostenere la finzione della “continuità territoriale” reclamata da Washington. “Mr Muro” è così diventato “Mr Ponti e Tunnel” e può mettere il sigillo finale alla sua opera.