18/11/2009
Fonte : Al-Ahram Hebdo
di Khaled Al-Asmaï
Da febbraio 2005, gli abitanti del villaggio di Bil’in organizzano tutti i venerdì una marcia contro il Muro di separazione. Questa popolazione non conosce la disperazione: con costanza si dirigono verso il punto di passaggio di Bil’in ripetendo le loro denunce contro il Muro. Cercano anche di assaltare il varco, ma i soldati dell’occupazione si oppongono con il lancio di bombe lacrimogene e sparando proiettili di gomma e acciaio. Poi gli abitanti di Bil’in rientrano nelle loro case, curano i loro malati e ritornano verso il Muro il venerdì successivo.
Malgrado le decine di feriti e un martire, gli abitanti di Bil’in rifiutano di piegarsi allo status quo. Si sono anche guadagnati la stima delle associazioni dei diritti dell’uomo, la solidarietà di decine di persone nel mondo intero e degli israeliani che rifiutano il Muro. Hanno anche incassato la stima del presidente americano Jimmy Carter che ha partecipato a una manifestazione del villaggio e poi ha anche visitato la tomba del martire del villaggio ucciso da una candelotto lacrimogeno.
Coloro che vanno a Bil’in (26 chilometri da Ramallah) incontrano uomini e donne che non accettano la condizione in cui vivono. Si ascoltano storie di sofferenza e di dolore generate da questo Muro che ha tagliato il villaggio in due e ha separato i fratelli. La storia più crudele è quella di Fathi Abou-Rahma. La sua casa si trova da una parte del Muro e la sua terra dall’altra. E’ quindi obbligato, così come sua moglie e i suoi figli, ad affrontare ogni giorno i soldati nel punto di passaggio da una zona all’altra.
Considerato come un potenziale pericolo
Quando li ho incontrati, Fathi Abou-Rahma lavorava la terra con la sua zappa e sua moglie piantava dei semi di cipolla sotto l’uliveto. Ho posto a Fathi delle domande sul Muro di separazione e lui mi ha risposto con fiducia e spontaneità. Ha 5 figli e 5 figlie che sono tutti i giorni esposti al pericolo se attraversano il punto di passaggio della barriera : gli israeliani credono che le persone giovani siano un pericolo per la sicurezza. Uno dei suoi figli è anche stato detenuto per 5 mesi nella prigione di Ofer. « Il ritorno a casa è molto più semplice : non c’è controllo dei documenti come all’entrata, salvo se qualcuno non porti con sé dei bagagli o delle borse. In effetti gli israeliani si augurano che i palestinesi escano ».
Fathi Abou-Rahma oggi coltiva solo 8 donums (1 donum = 1 000 metri quadrati) di un totale di 20 donums. Una parte restante è stata confiscata per costruirci il Muro di separazione, mentre alcune colonie si sono estese in un’altra direzione. Fathi ha intentato invano numerosi processi. « Benché il prezzo del donum raggiunga i 30 000 dollari in questo villaggio, i coloni ce ne hanno offerti 150 000. Eppure, non un piede (inteso come misura di lunghezza) di terra di Bil’in è stato da noi venduto ».
Dopo la costruzione del Muro nel febbraio 2005, Abou-Rahma è stato obbligato ad andare tutte le mattine a Ramallah per ottenere un permesso per il passaggio dalla colonia di Beit Ayelle, dove si trova un posto di blocco dell’esercito israeliano, ma per molto tempo questo permesso gli è stato rifiutato con molti pretesti. « E anche da quando l’ho ottenuto, posso restare per delle ore davanti al varco senza che mi facciano passare ». Questa situazione è durata per due anni, poi gli israeliani si sono sottomessi alla pressione degli abitanti di Bil’in. Innanzitutto li hanno esentati dal fare i permessi nel giugno 2007 (la loro carta di identità indica in effetti che abitano a Bil’in) e la regola vale per le donne e gli uomini di oltre 45 anni. Il punto di passaggio di Bil’in è oggi il solo dell’intera Cisgiordania in cui è permesso passare con solo la carta di identità. Di contro, gli israeliani hanno potenziato le misure ispettive per soffocare gli abitanti e spingerli a vendere le loro terre.
Buttati a terre e picchiati
I figli di Fathi tentano di accompagnare tutti i giorni i loro genitori nei pressi delle terre, ma lui e sua moglie provano a ostacolarli. Hanno paura di essere rapiti o detenuti nei punti di passaggio. La moglie di Fathi racconta che si reca tutti i giorni sulle terre con il marito perché lui ha un’età troppo avanzata per coltivare da solo, mentre prima ci poteva andare uno o due giorni massimo perché era obbligata ad andare a Ramallah per ottenere un’autorizzazione.
Ma senza permesso, quando la popolazione di Bil’in si reca al punto di passaggio, lo trova chiuso. Così la gente si appella ai soldati che rispondono solo se si formano capannelli numerosi di persone. I soldati li fanno allora entrare attraverso la prima porta (e gli altri devono aspettare il loro turno) ed esaminano poi le carte di identità, controllano le persone con il metal detector, perquisiscono le loro borse e poi restituiscono i documenti. E quando ci sono delle soldatesse, perquisiscono fisicamente le donne. « A volte, i soldati bloccano le ispezioni e ci lasciano attendere per andare a mangiare o bere. In altre occasioni allontanano le persone e chiudono le porte. E ancora, se vedono un ragazzo nel gruppo delle persone che sono in attesa di entrare, lo braccano e lo picchiano », racconta Oum Khamis, moglie di Abou-Rahma.
E’ ciò che è successo a suo figlio Helmi che ha risposto schiaffeggiando un soldato. I soldati allora lo hanno buttato a terra e picchiato. Helmi poteva morire tra le loro mani. E’ stato poi condannato a 5 mesi di prigione per attentato e ha fatto 17 giorni di ospedale per i colpi ricevuti.
Abou-Rahma racconta che suo figlio Achraf ha costruito una capanna all’esterno del Muro di separazione su cui ha piantato un drappo palestinese. In seguito è stato arrestato ed è ritornato libero dopo 9 giorni. Poi ha costruito un piccolo locale in legno con un drappo palestinese sul tetto: è stato in carcere per 3 giorni. Poi ha gettato delle pietre contro i soldati ed è finito in prigione per 7 mesi. Oggi invece non fa altro che attendere la manifestazione del venerdì e, nonostante sia stato ferito più volte, è sempre alla testa del corteo. « Aspetto il giorno in cui potrò distruggere con la mia zappa questo Muro che ci separa dalle nostre terre. Non vedo le mie terre dal febbraio 2005 così come non vedo i miei cugini che abitano dall’altra parte del Muro », racconta Helmi.