22/02/2010
Fonte : L’Orient le jour
di Sophie Janel
Venerdì 19 febbraio. Il sole brilla alto sul villaggio di Bil’in, nei territori palestinesi occupati. Sui tetti delle case, alcuni bambini sventolano dei drappi palestinesi. All’ombra della sua keffieh rossa e bianca e con gli occhiali da vista sul naso, Amjed spiega che « tutti i venerdì, manifestiamo per denunciare il Muro, ma anche le colonie illegali e le azioni dell’esercito israeliano contro i palestinesi ». Di fronte, due manifesti sui muri di una casa. Uno fa riferimento a Bassem, un palestinese morto l’anno scorso durante una manifestazione settimanale. Dalla nascita del movimento, una ventina di persone sono cadute sul campo. Sull’altro manifesto, si vedono le nove foto dei prigionieri membri del Comitato di coordinamento della resistenza popolare. Tra loro Abdallah Abu Rahmah, leader del movimento di Bil’in arrestato il 10 dicembre scorso.
Per il quinto anniversario del movimento di resistenza pacifica, molte personalità politiche si sono riunite a Bil’in.Oltre a Salam Fayyad, il Primo ministro palestinese, c’era anche il sindaco di Ginevra (Svizzera). Su un palco predisposto nella piazza del villaggio, Rémy Pagani si è dichiarato « onorato di essere qui a Bil’in perchè i palestinesi si battono per una causa giusta secondo le regole che il mondo si dà per difendere i diritti umani e per proteggere la popolazione civile nelle guerre e in caso di occupazione. Le Convenzioni di Ginevra sono le regole principali del diritto internazionale, ed è stato basandosi principalmente su queste Convenzioni che la Corte internazionale di Giustizia ha detto (il 9 luglio 2004) che il Muro contro cui combattete è illegale ». Alla fine del suo discorso, 2000 manifestanti si sono diretti in corteo verso la barriera.
In questo senso si è registrata una vittoria lo scorso 10 febbraio dopo che, due anni e mezzo fa, c’è stata la decisione della Alta Corte israeliana che ordinava a Israele di restituire le terre ai palestinesi. Israele ha iniziato dei lavori per modificare il tracciato del Muro di Cisgiordania vicino a Bil’in. Circa 150000 m2 di terre del villaggio resteranno però nel versante israeliano.
Tra la folla, Evan, un israeliano, si sente « responsabile della situazione. Io ho servito l’esercito, io sono un cittadino israeliano. Io appartengo a un paese che occupa questi territori. Un’occupazione che fa vivere le persone in un ghetto. E’ per questo che voglio partecipare alla manifestazione ». Avital, la sua amica israeliana spiega che « essendo israeliani, abbiamo molti privilegi ed è facile per noi vivere senza realizzare veramente ciò che succede. E’ molto importante venire qui e dimostrare che questa è anche la nostra lotta. Tutte queste ingiustizie sono perpetrate nel nostro nome, per rendere migliori le nostre vite. E, venendo qui, noi dimostriamo che non vogliamo benefici a discapito di altre popolazioni ». Secondo l’ONG israeliana « Against the Wall » (Contro il Muro), circa 300 israeliani participano a questa marcia settimanale.
Dall’alto di un ulivo, Christine, una turista tedesca, guarda il corteo discendere dalla collina. « Penso che resterò qui. E’ la prima volta che vengo e ho sentito dire che tutto ciò può essere molto violento. Non mi avvicinerò molto ».
Giù, alcuni manifestanti con il volto coperto da keffieh oltrepassano una prima barriera gialla e abattono in pochi minuti una recinzione israelaina che protegge una strada riservata ai coloni. Alcuni lanciano delle pietre in direzione dei soldati israeliani; altri, più temerari, piantano dei drappi palestinesi ai posti di blocco degli israeliani che non tardano a reagire. Il tutto sotto l’occhio dei numerosi giornalisti, cameramen e fotografi presenti. I soldati rispondono con il lancio di « skunk gas », un liquido nauseabondo. Vestiti, pelle e capelli: l’odore impregna tutto e solo dopo qualche giorno andrà via. Poi iniziano a piovere granate e il gas soffoca il naso, la gola e gli occhi dei manifestanti. Gli infermieri di PMRS (Palestinian Medical Relief Society) inervengono per curarli. La manifestazione si scioglie, anche se alcuni tentano di avvicinarsi alla zona, protetti dalle maschere e dai drappi nazionali.
Nel bus che rientra verso Ramallah, Marie, una studentessa francese di diritto internazionale a Lione spiega di essere « venuta qui con uno sguardo neutro ». Ma non capisce perchè farsi attaccare tutte le settimane. E ciò non risolve il problema ». Agnès, un’umanitaria che vive a Ramallah non è d’accordo : « Sono almeno riusciti a modificare il tracciato del Muro! » dice.