Come mi sono « ferito » durante il conflitto israelo-palestinese

16/11/2009

Fonte : Radio Canada

di Luc Chartrand

Ogni venerdì da cinque anni i palestinesi del villaggio di Bil’in, in Cisgiordania, si sottopongono a un rito poco gradevole che però ha portato loro un pò di notorietà e un’abbondante copertura mediatica : si fanno bombardare di candelotti di gas lacrimogeno.

Bil’in è una celebre causa nell’opposizione palestinese contro il Muro di separazione costruito da Israele. I militanti del villaggio conducono una lotta su più fronti per riottenere le loro terre amputate dal Muro e sulle quali, in certi casi, sono stati costruiti degli immobili che facenno parte delle colonia israeliana di Modi’in Illit.

Tutti i venerdì, a mezzogiorno, all’uscita della moschea, gli abitanti di Bil’in partono verso il Muro, accompagnati da una folta delegazione di militanti internazionali e si dirigono verso la barriera dietro cui i soldati aspettano.

Inevitabilmente, qualcuno lancia delle pietre verso i soldati che, a loro volta, fanno piovere bombe lacrimogene per disperdere la folla.

La nostra équipe ha assistito alla manifestazione del 16 ottobre. Potete averne un’idea, in questa clip. (Vedere il video sul sito di Radio Canada)

In un certo senso, questi candelotti lacrimogeni sono il carburante del movimento perché materializzano la repressione e poi sono molto… telegenici.

Ogni volta c’è un alto numero di televisioni e di militanti che filmano la scena. Nelle ore successive alla manifestazione, gli attivisti inondano internet di immagini e di resoconti sull’ultima ondata repressiva. Il loro sito aggiorna sulla lotta dal primo giorno e costituisce un modello di uso della Rete che arriva a creare mobilitazione.

Il 16 ottobre, ho avuto la « fortuna » di ricevere la prima bomba lacrimogena della giornata !

Il proiettile mi ha raggiunto alle costole. A parte un leggero fastidio, comparabile a ciò che provoca l’impatto con una palla da tennis, non ho avuto alcun tipo di sofferenza. Per ciò che riguarda il gas, ero ben protetto da una maschera.

A Bil’in, i giornalisti possono difficilmente ripararsi. L’azione si svolge vicino alla barriera e il terreno in prossimità è accidentato e lo spazio per la manovra è molto ristretto. I giornalisti che coprono la manifestazione sanno che possono essere feriti. Ciò vuol dire che sono presi di mira ? Ne dubito, perché i candelotti sono sparati verso gruppi di persone con l’obiettivo di disperderle e quindi può accadere di essere colpiti.

Dopo la manifestazione, un militante di Bil’in mi ha chiesto d riferirgli il mio nome in modo che fosse inserito su internet, ma ho preferito non dirlo.

Nondimeno però, molti blog (vedere per esempio qui) hanno raccontato le cose come segue : « I soldati israeliani hanno immediatamente risposto sparando una pioggia di bombe lacrimogene. Bilancio, quattro feriti: un giornalista che ha preferito mantenere l’anonimato, una militante francese, etc. » Io sono quindi diventato un ferito del conflitto israelo-palestinese!

I giornalisti dovrebbero restare su posizioni le più neutre possibili quando evocano le loro proprie disavventure durante la copertura di un conflitto. Senza ciò, il rischio che il loro racconto sia riutilizzato è troppo grande.

Non è nemmeno facile restare stoici mentre ci si fa bombardare in diretta.

La giornalista Jackie Rowland, di Al Jazeera, si è ritrovata in questa situazione a Bil’in. Vi invito a guardare il video… ne vale la pena.