25/11/2009
Fonte : The National
di Jesse Rosenfeld
Al centro di una febbre mediatica che cresce per un possibile scambio di prigionieri che porti alla liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano detenuto da Hamas, c’è un altro giovane prigioniero con un profilo pubblico meno visibile ma che personifica lo strangolamento della libertà d’espressione palestinese.
Mohammad Othman, 33 anni, della città di Jayyous (Cisgiordania) militante dell’organizzazione popolare palestinese « Stop the Wall », è stato arrestato il 22 settembre nei pressi del ponte di Allenby, alla frontiera giordana. Era di ritorno da un incontro in Norvegia con dei compagni del movimento mondiale in favore del boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele (BDS). « Addameer » (parola araba che sta per « coscienza ») l’associazione di sostegno ai prigionieri palestinesi e per i diritti dell’uomo, dice che il suo arresto è il risultato del « successo nella difesa dei diritti dell’uomo e dell’attivismo collettivo ».
Mohammad è stato interrogato per due mesi nel centro di detenzione di Kishon, a nord di Israele. Il suo avvocato mi ha detto che è stato interrogato più volte sui suoi incontri, i contatti e le attività politiche in Europa. Aggiunge che Mohammad è stato mantenuto in isolamento, privato del sonno, interrogato notte e giorno e minacciato di morte.
Lunedì, Mohammad è stato ufficialmente posto in detenzione amministrativa israeliana per tre mesi. Lui è l’ultimo dei 335 palestinesi detenuti in questa maniera, una pratica fondata su una legge d’urgenza del mandato britannico del 1945 e messa in evidenza in un rapporto del mese scorso dai gruppi israeliani per i diritti umani: B’Tselem e HaMoked.
Ho incontrato Mohammad Othman a Jayyous un anno fa, durante una protesta contro l’annessione di terre agricole della città per la costruzione del Muro di Israele. I residenti avevano appena appreso che il loro permesso per attraversare il Muro e recarsi presso le loro terre da coltivare era annullato, e così avevano resuscitato la loro campagna di resistenza. Mi condusse per una stradina mentre i soldati riprendevano la strada principale a colpi di gas lacrimogeno e di proiettili di gomma e acciaio, obbligando i giovani ad abbandonare le barricate che impedivano alle jeeps militari di attraversare la città. « Noi siamo costantemente bersagliati dai raid dell’esercito e dagli arresti, tutti i militanti locali lo sono », mi dice mentre ci allontaniamo dalla linea di fuoco.
Domenica, quasi un anno dopo quest’incontro a Jayyous, ho visto Mohammad davanti a un tribunale militare, all’interno della prigione di Ofer in Israele, in Cisgiordania. I suoi avvocati erano andati in appello contro la sua detenzione prolungata senza nulla a suo carico.
Fuori dal tribunale, i membri delle famiglie di altri detenuti palestinesi attendevano impazienti le notizie sui loro parenti. Ufficiali dei consolati britannici e tedeschi e i rappresentanti di ONG israeliane e internazionali affollano la piccola sala d’attesa. Incatenato a livello delle gambe, Mohammad ha più volte a alzato i pugni in un gesto di forza e resistenza.
In tutta la Cisgiordania, Israele tenta di restringere lo spazio delle espressioni dell’autodeterminazione palestinese. Il villaggio frontaliero di Bil’in ha catturato lo sguardo internazionale con una campagna di resistenza forte e ben documentata contro il Muro di Israele. Sono proprio questi appelli internazionali che Israele combatte con una campagna sistematica di violenza e di incarcerazioni all’interno del territorio che controlla.
Questa estate, un comitato di rappresentanti di Bil’in si è recato in Canada per sostenere un’azione in tribunale contro due imprese di costruzioni di Montreal che costruiscono colonie israeliane. Al ritorno, il loro leader, Mohammad Khatib, è stato arrestato dall’esercito israeliano. E mentre queste due società continuano a costruire delle abitazioni illegali sulle terre agricole di Bil’in, i militari hanno scelto di portare avanti raid sistematici nel villaggio per tre mesi.
L’ultima volta che ho discusso con Mohammad Khatib a settembre, era sotto stress per la combinazione del digiuno del Ramadan e le invasioni notturne costanti dell’esercito. Mi ha detto che i ragazzi arrestati a Bil’in erano stati picchiati dall’esercito prima dell’interrogatorio. L’esercito, in questo modo, era riuscito a ottenere/ estorcere delle « confessioni ».
Giovedì scorso, la pressione sul villaggio è aumentata quando alcuni soldati in borghese si sono infiltrati e hanno picchiato un ragazzo di 19 anni, Mohammed Yasin, militante del villaggio,. Gaby Lasky, l’avvocato dei detenuti di Bil’in, dice di aver saputo dalla procura militare che l’esercito cerca in tutti i modi di concludere le manifestazioni anti-Muro con la lotta utilizzando « tutta la forza della legge » contro i manifestanti.
E questa è la strategia di Benjamin Netanyahu : distruggere tutti gli elementi di pressione. Sulla scena diplomatica, Netanyahu esige l’assenso dei rappresentanti ufficiali dei palestinesi, ma questa politica non si limita a una balletto di relazioni pubbliche con una Autorità palestinese per la quale un numero crescente di persone chiede la « dissoluzione ». L’obiettivo è di trasformare l’appello dei palestinesi alla solidarietà in un appello alla misericordia israeliana. Israele continua con i suoi raid militari notturni contro le case dei palestinesi, detiene prigionieri politici senza processo nelle proprie galere e li lega alle sedie durante gli interrogatori.