01/03/2007
Fonte : Antenne di Pace
Ogni venerdì gli abitanti del piccolo villaggio palestinese manifestano contro il simbolo dell’occupazione israeliana, e infrangono un pezzettino del muro di silenzio che mortifica le richieste del popolo palestinese.
Federica Battistelli (Casco Bianco in Israele/Palestina)
E’ la prima volta che prendo parte alla dimostrazione simbolica contro il muro che ogni venerdi, da due anni a questa parte, si tiene nel villaggio palestinese di Bil’in, per protestare contro l’occupazione israeliana e contro uno dei suoi simboli più odiosi, il muro, costruito sulle terre confiscate agli abitanti del villaggio. Nelle scorse settimane sono rimasta molto colpita dall’appello lanciato via e-mail dalle varie organizzazioni unite nella protesta, con cui veniva esortata la partecipazione di quante più persone possibile alla mobilitazione generale indetta per il 23 febbraio 2007, nel secondo anniversario dall’inizio dell’esperienza di resistenza popolare nonviolenta a Bil’in.
L’appello, molto efficace e costruito come una poesia in versi, letteralmente citava:
2000 dunams di terre confiscate
migliaia di piante di ulivo estirpate
centinaia di nuovi coloni
più di 100 dimostrazioni
centinaia di feriti
UN MURO
Trovo che in queste poche semplici righe siano concentrati e descritti tutti gli elementi che contribuiscono a raccontare il conflitto che Bil’in esprime, in cui si intrecciano una miriade di aspetti diversi legati all’occupazione e che quindi ne fanno un caso complesso; nel febbraio 2005 israeliani pacifisti solidali alla causa palestinese, palestinesi e internazionali provenienti da diversi paesi, hanno intrapreso una protesta congiunta contro la costruzione del muro nell’area adiacente al villaggio di Bil’in che, come in una prigione, ne rinchiude gli abitanti e che, come tante altre situazioni analoghe in Cisgiordania, non fa che alimentare e perpetrare la rabbia, la disperazione e la violenza del popolo palestinese.
Bil’in è un villaggio ma prima di tutto una comunità umana, che continua a rifiutare quel muro e a portare avanti - nonostante la repressione israeliana - la sua protesta contro l’illegale costruzione della barriera e l’espansione degli insediamenti limitrofi, attorno ai quali e - si dice - a protezione dei quali, è stata prevista la realizzazione della recinzione stessa; nonostante il villaggio di Bil’in si trovi a circa due miglia e mezzo est della Green Line, la costruzione del muro ha divorato il 60% delle terre appartenenti ai suoi abitanti (il 78% agricole) e ciò al fine di annettere per mezzo del muro gli insediamenti che lo circondano.
Nonostante ciò la comunità di Bil’in, organizzatasi in un Comitato popolare, continua a resistere a testa alta e a rivendicare le proprie terre, i propri ulivi, le proprie risorse, le proprie fonti di sussistenza, i propri diritti, la propria libertà, tutti elementi di una giustizia che a volte sembra non esistere in questa zona del pianeta più che in altre.
Da due anni molti degli abitanti del villaggio, supportati da gruppi della sinistra pacifista israeliana, tra cui Anarchici contro Il Muro, attivisti internazionali e israeliani, mettono in atto iniziative simboliche non violente per attirare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica sulla situazione che vive la comunità del villaggio. Dalla nascita dell’esperienza di resistenza popolare non violenta a Bil’in numerose, diverse e creative azioni di disobbedienza civile sono state intraprese per attirare l’attenzione della comunità internazionale, dei media e dell’opinione pubblica in generale: l’incantenamento di alcuni attivisti agli alberi di ulivo sradicati dalle ruspe israeliane, il posizionamento simbolico di un avamposto "outpost" (tradizionalmente associato ai coloni israeliani) sulle terre derubate ai residenti del villaggio all’interno dei confini del 1967 (terra che oggi è annessa a Israele grazie appunto alla recinzione di separazione creata dal muro)! e molte altre installazioni di denuncia.
Tradizionalmente le proteste del venerdì contro il muro dell’apartheid hanno inizio con una breve marcia dal centro del villaggio fino ad arrivare, passando attraverso le fertili terre degli abitanti del villaggio, davanti alla barriera di separazione poco lontano, presidiata dai soldati israeliani.
Nonostante le settimanali proteste in cui si articola la resistenza popolare del villaggio abbiano, soprattutto per volontà del comitato organizzatore, una chiara ed esplicita connotazione simbolica e nonviolenta, capita spesso che Bil’in si trasformi in un teatro di scontri, con cariche degli agenti della "Guardia di frontiera" e militari israeliani nei confronti dei dimostranti, lancio di gas lacrimogeni e granate assordanti, uso di pallottole di gomma, scontri verbali tra le due parti, pestaggi e fughe nei campi, arresti di dimostranti, non appena vi sia il minimo tentativo di oltrepassare/varcare la recinzione di separazione o venga scagliata una pietra.
E capita spesso che alla velleità della nonviolenza si risponda, molto più facilmente con la realtà della violenza. L’ uso eccessivo della forza da parte dei soldati israeliani per disperdere i dimostranti non è una cosa rara a Bil’in. Ogni venerdì il copione si ripete come da rituale.
Anche il 23 febbraio, nell’anniversario dei due anni dalla nascita del fenomeno di resistenza popolare a Bil’in, si è ripetuto il copione di ogni venerdì. Con la sola differenza che numerose persone, tra cui molti giornalisti della stampa e della TV, si sono unite alla dimostrazione pacifica contro il muro rispondendo all’appello, lanciato nelle scorse settimane, del Comitato di resistenza popolare contro il muro di Bi’ilin. Una folla composita e multicolore, munita di bandiere e cartelli, per lo più scritti in ebraico, una moltitudine di persone con alle spalle storie, percorsi, lavori differenti unite nel grido di protesta della comunità di questo villaggio, situato a pochi km da Ramallah e strozzato dalla barriera di separazione e dal vicino insediamento di Matityahu. Per le strade del villaggio una gigantesca bandiera palestinese dispiegata davanti al luogo di ritrovo dei dimostranti, qua e là installazioni più o meno artistiche legate al conflitto, una ragazza sui trampoli attorniata da bambini divertiti e venditori improvvisati di lupini e popcorn. C’erano i ragazzi israeliani di "Anarchici contro il Muro", gli internazionali dell’International Solidarity Movement, i palestinesi di Bil’in e alcuni degli abitanti delle comunità di Al Hader e Umm Salamunah, c’erano i ragazzi della Coalizione degli Studenti dell’Università di Tel Aviv, gli attivisti di Gush Shalom, Taayush, Combatants for Peace, Stop the Wall, Strugglers for Peace e molti altri, c’erano gli internazionali accorsi da tutte le città della West Bank per portare la loro solidarietà alla comunità di Bil’in o semplicemente per assistere alla dimostrazione, scattare qualche foto o prendere alcune testimonianze.
Intorno alle tredici, comincia il corteo pacifico che piano piano, in questa mite ma grigia giornata di primavera, percorrendo la strada che conduce alla barriera di separazione, si avvicina al cancello davanti al quale è dispiegata la forza di polizia preposta al controllo dell’area militare. I coraggiosi e alcuni giornalisti stanno davanti, in prima fila, insieme ad alcuni palestinesi, pochi per la verità - per ovvi motivi di sicurezza personale e perchè "davanti alla legge tutti sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri" - e per lo più i responsabili dell’organizzazione tecnica della dimostrazione; i meno coraggiosi o forse i più saggi (tra questi: israeliani, palestinesi, internazionali, giornalisti) stanno in seconda linea sempre a distanza di sicurezza e pronti a darsela a gambe nel caso qualcosa vada storto. E’ strano e divertente, non direi ridicolo, come bene sa chi è avvezzo a Bil’in, vedere qualcuno con grandi occhiali ermetici di plastica aggirarsi nel gruppo o qualche giornalista con una maschera antigas sul viso che, come un alieno o un astronauta sulla luna, cerca di fluttuare nella folla per catturare qualche momento importante. Una voce proveniente da un megafono infrange il brulicare della gente accorsa, un discorso accalorato ed una invettiva contro l’occupazione e il suo simbolo più eclatante, il muro; comincia il momento critico in cui le due parti in causa, si trovano faccia faccia a far valere le proprie ragioni o i propri ordini di servizio, a seconda del caso.
La tensione sale, un nuvolo di ragazzi si dispiega lungo il tracciato della barriera di separazione tentando di estirpare il filo metallico messo a suo presidio; qualche attivista cerca di arrampicarsi e valicare il cancello e oltrepassare la barriera ma viene respinto indietro dai militari. All’improvviso dalla zona retrostante la fascia laterale, vengono scagliate alcune pietre verso i soldati che cominciano a spingere indietro e disperdere la folla. In pochi secondi si delinea il nuovo scacchiere del conflitto: un gruppo di soldati israeliani armati fino ai denti avanza al di fuori della barriera di separazione verso la strada che taglia le terre di ulivi e da cui si domina la piccola valle; un gruppo di pacifisti israeliani, qualche internazionale e alcuni palestinesi della comunità di Bil’in cercano di restare nella zona antistante il cancello nonostante la minaccia; i giornalisti sono un po’ dappertutto, per lo più alle spalle del muro di soldati che comincia a lanciare candelotti di gas lacrimogeno e a sparare proiettili di gomma in lontananza, in direzione di giovani palestinesi che rispondono lanciando pietre da lunga distanza.
Il gas lacrimogeno comincia a far sentire i suoi effetti e la gente comincia a tossire e a coprirsi il volto con foulard imbevuti di acqua e aceto, per neutralizzarne l’effetto. Si creano due nuove e diverse zone di confronto che, disconnesse, sperimentano modalità diverse di resistenza alla reazione spropositata dei soldati: l’area adiacente alla barriera di separazione in cui le persone ben preparate all’evenienza cominciano a stringersi le une alle altre, opponendo resistenza passiva, scontrandosi verbalmente con la guardia di sicurezza nel tentativo di impedire lo sfaldamento del gruppo ad opera dei soldati. Questa operazione non riesce nemmeno quando viene azionato, per almeno tre volte, il potente getto d’acqua di un idrante - portato per l’occasione - sul pacifico e inerme gruppo di giovani seduti a terra a formare un cerchio. Ad un certo punto dal nuvolo grigio composto di persone e acqua stagliato davanti al cancello presidiato dai soldati, spunta il braccio alzato di una persona che si trova in mezzo a quell’inferno gelato e che mostra con le dita un segno di vittoria.
Poco lontano, nell’altra zona di confronto, i giovani palestinesi, che non accettano né rispettano l’opzione della resistenza nonviolenta decisa dal Comitato di villaggio, rispondono al lancio di lacrimogeni, granate sonore e proiettili di gomma lanciando pietre e facendosi scudo dietro le piante di ulivo, frutti della madre terra che, ancora una volta e simbolicamente, preservano l’integrità fisica di questo popolo dalla violenza dell’occupazione.
A fasi alterne, ai momenti di tensione si alternano momenti di distensione e la situazione si protrae fino verso le quattro del pomeriggio, quando tutti i dimostranti, alla spicciolata, fanno ritorno al villaggio barcamenandosi tra i nuvoli di gas lanciati senza alcuna ragione dai soldati che vengono lasciati alle spalle. Il bilancio del confronto-scontro è di una ventina di persone ferite tra i dimostranti, due attivisti israeliani arrestati e rilasciati verso sera e numerose persone stordite dall’uso massiccio di gas lacrimogeno ad effetto nervino.
Nessuno ha vinto, nessuno ha perso. Ma ne hanno parlato giornali, TV - locali e non - (come Al Jazeera, che ha trasmesso le riprese video della dimostrazione a Bil’in) e diverse radio; e forse tutto questo un poco è servito per infrangere quel muro di silenzio ovattato che troppo spesso mortifica la richiesta di legalità, di libertà e di rispetto dei diritti del popolo palestinese. Ovviamente le due diverse modalità di resistenza con cui ogni venerdì viene portata avanti la protesta risentono della diversità di situazioni vissute e del diverso background culturale di coloro che scelgono di metterle in atto e si commetterebbe un errore se si volesse tentare una comparazione, senza tenere conto delle specificità delle rispettive situazioni e delle emozioni in campo. Si potrebbe anche discutere a lungo se resistere e difendersi dalla violenza fisica e militare attraverso il lancio di pietre sia essa stessa una modalità nonviolenta di reazione davanti ad una situazione conflittuale, oppure no. Se un comportamento o una certa azione possano definirsi ontologicamente nonviolenti oppure vengano definiti tali, sono in relazione all’oggetto e alla situazione cui si contrappongono. Se la nonviolenza sia in assoluto il "cercare di spuntare il filo della spada del tiranno frustrando la sua aspettativa di vedere opporre resistenza fisica" oppure esistano livelli e gradi moralmente accettabili di violenza, o situazioni in cui, anzi, essa è necessaria quindi giustificabile (cfr. Ghandi).
E’ difficile dare un giudizio di valore sull’efficacia e sulle modalità con cui viene portata avanti, in questo villaggio di 1600 anime, la protesta contro la costruzione illegale del muro sulla terra confiscata ai palestinesi. Certo è che forse il vero grande valore che va ricercato nel fenomeno Bil’in, oltre naturalmente all’oggetto della protesta, sta prima di tutto nella trasversalità del movimento di sostegno alla protesta, che riesce ad unire, se non nei mezzi quanto meno nella finalità, israeliani, palestinesi ed internazionali nella realizzazione di una comune azione di opposizione alla situazione vigente. E forse le dimostrazioni del venerdì a Bil’in che si susseguono da due anni a questa parte, vanno apprezzate proprio per questo motivo. Perchè, nell’assurdità del tutto, fanno sì che israeliani e palestinesi, si ritrovino insieme a pianificare e portare avanti azioni comuni per cambiare la situazione e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’assurdità e ingiustizia dell’occupazione israeliana. Sulla spinta di tale esempio altri comitati popolari di resistenza contro il muro e la confisca delle terre sono sorti, un po’ ovunque, per opporsi all’ingiustizia dell’occupazione israeliana e chiedere il rispetto dei diritti fondamentali del popolo palestinese.
Il messaggio forte che emana dalla comunità di Bil’in è chiaro e degno di valore: se è vero che, resistere contro il muro è una forma di rivendicazione del fondamentale diritto alla libertà umana, allora è anche tempo di realizzare che questa è la lotta di ognuno.