27/08/2009
Fonte : Tadamon
Bil’in, situato a ovest di Ramallah, è un villaggio tipico del Mediterraneo orientale per le sue case bianche disposte lungo le vie che sposano i contorni naturali delle colline ; per i giardini per i frutteti, per i pascoli e per l’attitudine accogliente e generosa dei suoi abitanti. Ma, allo stesso tempo, quelli di Bil’in vivono nelle stesse deplorevoli condizioni di tanti altri in Cisgiordania perché una colonia israeliana è stata costruita sulle loro terre e la « barriera di sicurezza » divora molti ettari di proprietà del villaggio. Nessuno ha il diritto di circolare liberamente verso la città più vicina, la spiaggia o Gerusalemme.
Per Bil’in, lottare contro il Muro eretto da Israele sulla sua terra significa combattere un sistema di apartheid e uno strumento di esproprio : oltre la metà di queste terre sono state infatti usurpate da Israele. Le manifestazioni pacifiche nei pressi del Muro, ininterrotte da ormai cinque anni, riuniscono gli abitanti del villaggio, i pacifisti israeliani e i cittadini del mondo intero, compreso il Quebec. Grazie a ciò, Bil’in è universalmente conosciuto per la sua resistenza nonviolenta contro l’occupazione e incarna la volontà palestinese di resistere.
Quelli di Bil’in si distinguono per la loro determinazione, la loro immaginazione, lo spirito creativo di rivolta. Per esempio, la stampa mondiale ha evocato la controversia in merito alla pubblicità televisiva di una compagnia israeliana di telefonia cellulare. Nello spot alcuni soldati “comunicano” con dei vicini invisibili, che sono dall’altra parte del Muro, in occasione di una partita amichevole di calcio. Bil’in, con la sua abituale dose di ironia, ha filmato una replica. Quando gli abitanti del villaggio lanciano il pallone oltre il Muro, per tutta risposta ricevono indietro delle granate lacrimogene. Le due versioni che circolano su internet.
Di fronte alla popolarità di Bil’in, le truppe israeliane reagiscono con accresciuta brutalità. Non si tratta più di proiettili di gomma-acciaio o di fitte cortine di gas lacrimogeno perché i gas sono sempre più tossici e i soldati utilizzano munizioni che possono rivelarsi mortali. Recentemente, un giovane uomo è morto proprio a causa di un candelotto sparatogli a grande velocità contro il petto : si tratta di Bassam Abu Rahme, 29 anni, un giovane pieno d’amore per la vita e la giustizia, ammirato e amato da tutti. Noi non l’abbiamo conosciuto, ma abbiamo visto su Internet gli ultimi istanti della sua vita da sognatore idealista. Bassam è la 18esima vittima dell’esercito israeliano, ucciso durante le manifestazioni popolari e pacifiche contro il Muro a Bil’in.
Per il Comitato popolare di Bil’in, che organizza queste mobilitazioni, la nonviolenza « non è soltanto una scelta strategica, ma qualcosa di molto più profondo ». E questa azione politica si accompagna a una lotta legale contro l’occupazione, in Israele evidentemente, e ora anche in Canada. Lo scorso giugno, tre membri del Comitato popolare di Bil’in, tra cui Mohammad Khatib (arrestato la notte del 3 agosto e rilasciato il 17) e il loro avvocato israeliano Emily Schaeffer, erano a Montreal per fare atto di presenza durante le udienze preliminari svoltesi presso la Corte superiore del Quebec contro due compagnie canadesi implicate nella costruzione delle colonie sulle loro terre. Queste colonie sono illegali secondo il diritto internazionale e il Canada ha firmato dei protocolli in questo senso dotandosi di una legge contro i crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio.
In coincidenza con l’inizio delle udienze a Montreal, le truppe israeliane hanno proceduto a effettuare incursioni notturne multiple per arrestare i leader del Comitato e i partecipanti alle manifestazioni. Fino ad ora, l’esercito ha arrestato 26 persone, fra cui molti minori. Il giudice militare ha deciso che uno dei leader, Adeeb Abu Rahme, che sostiene economicamente nove figli, sua moglie e sua madre, deve restare in prigione fino al processo, quindi anche per un anno di tempo. Ora, tutti i canadesi presenti durante le manifestazioni di protesta di Bil’in possono testimoniare dell’azione nonviolenta di Adeeb Abu Rahme e di Mohammad Khatib. Le pratiche israeliane per criminalizzare questi leader sono illegittime secondo il diritto internazionale che protegge i diritti politici.
Mohammad Khatib è stato liberato, sebbene sotto rigide restrizioni, ma noi continuiamo a chiedere a Israele la liberazione di Adeeb Abu Rahme e degli altri abitanti arrestati dall’inizio di questa offensiva, a cominciare dai minori. Le prigioni di Israele contano almeno 11.000 prigionieri politici, schiavi di un sistema giudiziario che non ha nulla di imparziale, senza contare 355 bambini attualmente detenuti (secondo il rapporto pubblicato nel giugno 2009 da Defence for Children International -www.dci-pal.org- che offre testimonianze sui trattamenti brutali subiti dai ragazzini arrestati). Dal 1967, 12.000 donne hanno subito pene detentive in Israele. E per menzionare ancora un esempio tipico di asimmetria nel conflitto israelo-palestinese, bisogna ricordare che i palestinesi hanno fatto un solo prigioniero israeliano: Gilad Shalit, soldato catturato il 25 giugno 2006 da Hamas.
Infine, vista l’inerzia del nostro governo, per non parlare del sostegno incondizionato a Israele, noi, i firmatari di questa lettera constatiamo con soddisfazione i progressi dela campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele in tutti i paesi, a livello commerciale, accademico, culturale e sportivo.
firnata da (al 18 agosto 2009):
Mary Ellen Davis, realizzatrice, professoressa incaricata
Lorraine Guay, infermiera
Abby Lippman, professoressa
Ehab Lotayef, ingegnere
Scott Weinstein, infermiere
Najat Rahman, professoressa
Stefan Christoff, giornalista, organizzatore comunitario
Julian Samuel, scrittore
Darren Ell, fotografo
Rachad Antonius, professore
Nasrin Himada, professoressa incaricata
Eric Shragge, professore
Freda Guttman, artista
Rana Bose, ingegnere, scrittore
Emmanuel Madan, artista
Rodrigue Jean
Majdi El-Omari, regista
André Dudemaine, operatore culturale
Mira Khazzam, psicoterapeuta
Stefan Verna, cineasta
Jocelyne Doray, traduttrice
Marie-Christine Ladouceur, studentessa di diritto e relazioni internazionali
Diane Lamoureux, professoressa
Martin Duckworth, cineasta
Synthia Borilekic, consulente del lavoro
Soraya Kebir, farmacologa
Bruce Katz
Robert Silverman, pensionato
Françoise Miquet, professoressa incaricata