Con la nonviolenza si può

15/06/2008

Fonte: BoccheScucite n° 59

Testimonianze, resoconti e comunicati dalla III conferenza internazionale sulla nonviolenza di Bil’in

Frammenti di Palestina…o forse Palestina in Frammenti

Se dovessi dare un titolo a quanto ho vissuto nei Territori Occupati Palestinesi in questi 9 giorni non saprei cosa scegliere.

Non è facile trovare chiavi di lettura per una situazione politica così complessa, così atomizzata e allo stesso tempo così problematica. Sono questi i giorni della Terza Conferenza Annuale di Bil’in, il villaggio che da 3 anni e mezzo lotta contro la costruzione del muro, ottenendo i risultati morali e concreti che sappiamo.

A Bil’in si sono ribaditi gli elementi che hanno fatto grande la resistenza in questo villaggio, la continuità della lotta, la partecipazione attiva e orizzontale di tutta la cittadinanza, l’uso dei media, il sostegno internazionale e di quello del pacifismo israeliano, la creatività e la diversità delle pratiche. Si è anche ribadito che la forza di Bil’in è stata la sua riproducibilità. Molti villaggi palestinesi stanno sperimentando lotte simili, con cadenze e tecniche analoghe, a Nil’in, nella zona di Ramallah, a Umm Salamuna, vicino a Betlemme, a Qaffin, nel distretto di Tulkarem. La conferenza ha perciò evidenziato l’esistenza di altri villaggi, altre situazioni critiche dove la resistenza ha preso la forma della disobbedienza civile, come a Bil’in, e come era stato nella Prima Intifada. Il filo conduttore di queste lotte, è stato variamente ripetuto ieri, è la Sumud, la fermezza, la determinazione, che è resistenza, lotta e vita allo stesso tempo.

In altri villaggi ancora, la lotta non ha preso ancora forme così definite, ma ci sono fermenti. Sono stato a Deir Istyia, nel distretto di Salfit, dove per espandere una colonia stanno tagliando olivi e alberi di tamarindo. Gli abitanti del villaggio sono riusciti, lunedì 26 maggio, a bloccare i buldozeer, e venerdì 30 si è tentato di ripiantare gli alberi. Eravamo assieme internazionali, una ventina di contadini del villaggio, i Rabbis for Human Rights, gli straordinari Anarchists Against the Wall, capaci di gestire una situazione di forte tensione, nel momento in cui l’esercito ha minacciato di arrestarci tutti. Non ci hanno lasciato piantare gli alberi ma ora nel villaggio si cerca di dimostrare con carte e mappe che quel terreno è privato, appartiene ai contadini e non “statale” come dicevano i soldati venerdì scorso.

Sempre a Nablus, però le persone con cui ho parlato, mi hanno trasmesso la paura che la lotta stia diventando troppo “localizzata”, per cui ogni area geografica ha la sua preoccupazione specifica, che non riesce a diventare parte di una strategia collettiva. Senza dubbio il muro e la politica della closure hanno un ruolo fondamentale in questa localizzazione del conflitto.

Se i palestinesi continuano, nonostante tutto, a sperare e a lottare, tanto più dobbiamo farlo anche noi società civile internazionale, riuscendo però anche a ripensare il nostro modo di stare in Palestina, davanti ad una situazione che è radicalmente cambiata rispetto agli anni sanguinosi della seconda infifada. È fondamentale riuscire a ridefinire il nostro ruolo di empowerment, trovando forme sempre migliori per esprimere il nostro sostegno alla loro lotta, sapendo ascoltare e camminando a fianco al popolo che più di ogni altro sa cosa voglia dire Sumud.

Oggi poi a Bil’in c’è stata la manifestazione finale a conclusione dei tre giorni di conferenza. La manifestazione è iniziata con una partita a calcio tra palestinesi e internazionali a pochi metri dal perimetro del muro. La partita è stata interrotta quando i soldati israeliani hanno sparato alcuni candelotti che hanno reso l’aria irrespirabile in poco tempo. Alle 13.00, come ogni venerdì il corteo è ripartito, ed era davvero numeroso e partecipato, con tanti abitanti del villaggio, gli internazionali che avevano partecipato alla conferenza, e decine di pacifisti israeliani. Il corteo è riuscito a raggiungere il tracciato del muro, e a leggere il comunicato stampa. Poco dopo, mentre si gridavano slogan alzando le mani aperte in aria, è partita la repressione. Nonostante la durezza della giornata, i membri del Bil’in Popular Committee sembravano contenti della forte partecipazione e dell’essere riusciti a raggiungere il muro.

E venerdì prossimo, come sempre, torneranno a marciare.

Quico

Manifestazione e repressione

[…] Siamo tutti molto provati e tesi perché la reazione dei militari israeliani è stata forte e come sempre non commisurata alla reale minaccia. Alla fine sono state ferite 5 persone fra cui un italiano dell’Associazione Giuristi Democratici che erano qui con una delegazione per un’indagine sulla condizione dei bambini palestinesi arrestati e detenuti nelle carceri israeliani.

Intorno all’una ci siamo radunati di fronte la rete metallica che segna il passaggio del muro, a poche decine di metri dalle scavatrici che stanno innalzando il muro della segregazione. Si è letto il comunicato di resistenza che nel corso della mattinata era stato preparato come momento di chiusura e riassunto delle idee emerse in questi giorni. I militari israeliani subito dopo hanno cominciato a sparare lacrimogeni, sound bombs (bombe sonore) e proiettili di gomma. Al primo lancio di lacrimogeni, che oggi sono stati sparati con una nuova arma che negli ultimi mesi è stata messa a punto dall’esercito israeliano e che consiste in un lancio contemporaneo di più di 30 candelotti di gas lacrimogeno, una scheggia partita da una bomba sonora ha colpito al viso Giulio Toscani, l’attivista italiano. Adesso sta bene ed è tornato in hotel con punti di sutura sul viso e tanta paura, accompagnato da Luisa Morgantini, vice presidente del Parlamento Europeo che era con noi in prima linea di fronte il muro e i militari.

Dopo questo primo lancio ne sono seguiti altri, sia con lacrimogeni singoli che di nuovo con il cannone che ne spara più di 30 contemporaneamente, mentre si sentivano spari senza fumo che indicavano il lancio di proiettili di gomma. Molti bambini palestinesi, mentre cercavano di spegnere piccoli incendi fra gli ulivi prodotti dal fuoco dei lacrimogeni, venivano presi come obiettivi dai proiettili di gomma. Siamo rimasti nella radura di fronte al muro per circa un’ora e mezza, dopodiché si è deciso di tornare nel villaggio. Nonostante questo i militari continuavano a sparare per creare fuochi sparsi sul terreno agricolo della parte palestinese al di là del muro.

I gas lacrimogeni sono state le armi che hanno prodotto più danni e paura, è veramente veleno che ti fa entrare nel panico, mentre si cerca di correre per scappare e non si riesce a respirare. Fortunatamente prima del corteo il comitato popolare ci aveva istruito sulle tattiche per evitare il panico e nonostante il forte attacco dell’esercito israeliano le informazioni si sono rivelate utili. Niente limone, niente acqua, niente panni umidi… la cosa migliore, e ve lo posso dire dopo averlo sperimentato poco fa, è una cipolla aperta e messa sotto il naso mentre si cerca di stare calmi e camminare verso luoghi più riparati non dando mai le spalle ai militari che li sparano, evitando così di essere colpiti dai candelotti.

È stato importante partecipare e dare un segnale di supporto ai manifestanti di Bil’in. Naturalmente come internazionali non subiremo ogni settimana la reazione dell’esercito israeliano ma ogni venerdì da Roma penseremo a queste persone che solo con pochi sassi cercano di mantenere vive la speranza per la fine dell’occupazione di un esercito fortissimo che esercita una violenza inaudita.

(M.)