02/06/2010
di Gianna Pasini
Osservo il mio avambraccio destro ancora abbronzato dal sole palestinese durante il viaggio dello scorso mese, e mentalmente mi viene da associarlo alle membra ed i corpi imbrattati di sangue sulla nave turca della Freedom Flotilla attaccata dai militari israeliani in acque internazionali, per fermare i componenti della flotta internazionale che volevano rompere l’embargo che subisce Gaza da quattro anni, con lo scopo di portare aiuti economici e materiali di sussistenza.
Nove morti accertati e ancora non se ne conosce il nome e la nazionalità; quasi non se ne parla più, se ne cita soltanto il numero. Incerto invece è il numero dei feriti, sembra parecchie decine; persino i pochi militari israeliani finiti in ospedale non si sa quanti siano… Forse per insinuare che sono un numero elevato, quasi a voler giustificare che un attacco deliberato può trasformarsi in un atto di difesa…
Mi pare difficile dopo aver visto con i miei occhi gli armamenti di cui dispongono i militari israeliani ed i vari presidi che utilizzano per proteggere il loro corpo e quelli che invece usano per ferire e/o fermare quello dei “supposti nemici”.
E si stupiscono pure che, coloro che vengono definiti ”pacifisti”, tentino di difendersi invece di lasciarsi massacrare tacitamente. Non se l’aspettavano, poveri “ingenui” da sempre avvezzi ad usare i metodi forti; è stato questo il motivo per cui il loro blitz notturno (accadde così anche alla scuola Diaz di Genova) si è ritorto contro loro che non volevano fare i cattivi… solo fermarli calandosi dall’elicottero armati di tutto punto dopo aver circondato la Freedom Flotilla con navi militari.
Ho conosciuto i metodi israeliani. Da semplice turista curiosa di conoscere la realtà in diretta e non soltanto quella filtrata dai media. Qualsiasi manifestazione contro il muro di divisione o sfratti ingiustificati (Bil’in ne è una scuola) si conclude con spari di bombe assordanti, lacrimogeni e non solo, con atto finale di arresti indiscriminati. A posteriori avverranno le incursioni punitive notturne con blitz nelle case dei sospetti militanti, con l’alternativa, decisa dall’alto, con la demolizione della casa stessa e/o con l’arresto dei “pericolosi terroristi” colti nel sonno. Le zone in cui avvengono questi “fatti” coincidono spesso con i terreni che poi vengono occupati dai coloni, col placido benestare del governo israeliano, per insediarsi ed allargare così il fronte della terra sottratta ai legittimi proprietari palestinesi.
Con questa premesse si vorrebbe comunicare al mondo intero che Israele “gioca” in difesa per sua sicurezza? Cosa c’entra Gaza col governo israeliano? Non l’hanno evacuata con decisione unilaterale senza consultare altri che il loro stesso Parlamento? In seguito sono state fatte legali elezioni politiche ed è ora amministrata dal partito di Hamas e dalla sua maggioranza, non è suolo israeliano. Che senso ha impedire ogni accesso a chiunque, in quell’appezzamento di terra, al massimo della sua densità abitativa, ibernata ai tempi della lezione israeliana di Piombo Fuso? Che senso ha impedire che via mare ( e non solo, vedi il caso del dicembre scorso della Freedom March for Gaza) vengano portati aiuti umanitari internazionali per rompere l’embargo al quale è sottoposta la popolazione di Gaza da almeno quattro anni?
Anche le centinaia di ceck point disseminati nella West Bank, territorio palestinese definito “Area C”, cioè sotto il controllo militare israeliano, sono riconosciuti a livello internazionale come illegali. Eppure il calvario quotidiano dei palestinesi che si devono spostare da un luogo all’altro per motivi di lavoro o altro, è testimoniato dalle lunghe fila di persone incanalate in recinti simili a quelli delle bestie portate al macello. Mi stupivano la pazienza e l’ubbidienza dei miei vicini palestinesi, mentre io come turista potevo procedere per “via veloce”, ad ogni umiliazione imposta: impronte, spogliamenti vari, presentazione di documenti, permessi. E non è scontato che uno riesca a passare dall’altra parte. A me “..go, go…” intimavano i militari armati dall’alto di un soffitto a grate. Io, incredula, mi ero fermata per osservare il tutto senza sapere che fare.
E sono stata ben fiera di mostrare le foto fatte con la mia reflex quando un militare al ceck point di Qalandia mi ha ordinato di fargliele vedere. Forse conta molto l’atteggiamento in questi casi; irritata e per niente intimidita (mi trovavo o no in un Paese democratico?) mostrandogli l’ultima foto scattata ho esclamato sarcasticamente: “It’s ok?”… “Ok, ok”, ha risposto lui restituendomi la macchina fotografica. Il colmo è che gli avevo mostrato una sola foto con una ripresa a distanza…
Mandano in quei luoghi a svolgere ingrati e rischiosi compiti, sbarbatelli di nemmeno vent’anni (in Israele sono obbligatori tre anni di servizio di leva per i maschi e due per le femmine, dai diciotto ai venti-ventun anni), e forse questa può essere l’unica giustificazione se ogni tanto il grilletto dei loro M16 spara e fa vittime.
Ma la Marina israeliana, vanto dello Stato di Israele, non è certo composta da giovani dilettanti allo sbaraglio. Forse sono troppo “abituati” a sopprimere palestinesi con armi e numero impari, ed il fatto di trovarsi in mezzo a centinaia di internazionali li ha sbaragliati… E allora, cosa suggerisce l’imprinting suggellato? Difendersi, anche da chi spaventato perché svegliato in piena notte ed in tutt’altra condizione d’animo… E l’arma di difesa per eccellenza per i militari israeliani ( e non solo, i coloni girano impunemente armati) è l’uso della violenza.
È matematico: se hanno in mano un’arma, la usano.