18/06/2008
Fonte: AFPS
di B. Ravenel
Aver potuto assistere, con trenta militanti dell’AFPS, alla terza conferenza internazionale organizzata dal comitato popolare di Bil’in (4, 5 e 6 giugno) sarà il ricordo indelebile di un evento politico altamente significativo. Che fare ora che si conferma il fallimento di Annapolis? Che fare dopo il fallimento della seconda Intifada? Che fare dopo i contrasti interni tra milizie armate che rischiano di intrappolare la società palestinese tra due opzioni mortifere per l’avvenire democratico della Palestina? In una parola, quella strategia nazionale di resistenza popolare può riunificare il popolo palestinese contro l’occupazione e la colonizzazione?. Questa conferenza ha permesso una discussione aperta, pubblica, senza tabu e per me senza precedenti.
Vedere intervenire e discutere liberamente, evitando ogni attitudine accusatrice dell’"altro", sia i rappresentanti dell’Autorità palestinese (a cominciare dal Primo ministro Salam Fayyad) sia i rappresentanti di tutti i partiti –salvo Hamas, che seppur invitato, non ha risposto–, sia i militanti dei differenti comitati (che come Bil’in, lottano contro il Muro) è stato già in sé un evento politico importante. Si è trattato un evento coinvolgente perché i presenti erano portatori, ciascuno alla sua maniera, di tutto un patrimonio di lotta del movimento di liberazione nazionale di origine OLP (lotta armata, lotta politica, resistenza nonviolenta). Bisogna aggiungere, fatto molto significativo per il futuro dei rapporti tra i movimenti di liberazione e di solidarietà, che alcuni militanti israeliani e internazionali hanno potuto partecipare liberamente al dibattito.
In questo processo di discussione, è emerso che la scelta di una strategia di lotta civile nonviolenta di massa si basa su parecchie ragioni:
Un ultimo problema: il rapporto con Hamas e la sua strategia di resistenza. Questo rapporto è problematico soprattutto perché la strategia nonviolenta si propone con carattere nazionale ed è incompatibile con quella armata. Allo stato delle cose, Hamas, con cui tutti i partecipanti vogliono discutere, sembra essere intrappolato in una logica militarista. Questa contraddizione con la quasi totalità delle forze originate dall’OLP comporta, se non è definitivamente sormontata nel quadro dell’inevitabile dialogo nazionale voluto da quasi tutto il mondo, alcuni rischi di nuovi contrasti tra gruppi armati, di cui la maggioranza del popolo farebbe volentieri a meno.
Insomma, a Bil’in si sono poste le basi per un dibattito interpalestinese di importanza vitale per l’avvenire del progetto nazionale palestinese.