11/01/2010
di Majiba Abou Rahmah
Ho assistito al processo di mio marito Abdallah Abou Rahmah nel campo di detenzione militare israeliano. La base militare di Ofer è uno spazio disumanizzante, ma ero felice di esserci andata perchè significava per me rivedere mio marito.
Ero con la mia amica Fatima, moglie di Adib Abou Rahmah, nella folla delle famiglie in attesa che le porte della base si aprissero per essere ammessi. Il marito di Fatima è un altro militante nonviolento di Bil’in, che è, come mio marito, accusato di provocazione, cioé è un istigatore delle manifestazioni contro il Muro. Adib e Fatima hanno nove figli e lui è detenuto da oltre nove mesi.
Dei diplomatici americani, tedeschi, svedesi e spagnoli che conoscono Abdallah sono venuti per dargli il loro sostegno. E’ stato appena un mese fa che gli hanno freso visita a Bil’in per constatare con i loro ochhi come le colonie israeliane e il Muro dell’Apartheid abbiano permesso il furto del 50% delle terre del nostro villaggio. Inoltre avevano promesso di fare ciò che era in loro potere per aiutare la nostra lotta popolare e oggi erano lì, fedeli alla loro parola. Il console spagnolo, che rappresenta il nuovo presidente dell’Ue, ha provato a stringere le mani di Abdallah ma i soldati glielo hanno impedito.
Abbiamo passato gran parte della giornata nell’attesa. Infine, quando siamo stati autorizzati a entrare nella « Corte militare », mio marito è stato portato dai soldati con delle catene a mani e braccia. Non eravamo autorizzati a parlargli, ma mi ha comunicato con lo sguardo tutto ciò che io avevo bisogno di sapere. Tornando a casa, ho riposato bene, senza svegliarmi terrorizzata per la prima volta da quando mio marito è stato portato via da casa, il 10 dicembre. Abdallah ha visibilmente perso peso, ma i suoi occhi sorridevano mentre ci guardavamo.
Abdallah è istitutore e agricultore di Bil’in, il nostro villaggio occupato di Cisgiordania. E’ anche il coordinatore del Comitato popolare del nostro villaggio contro il Muro e la colonizzazione.