Palestina 3-9 giugno, il racconto di Paolo

10/06/2008

Fonte: Servizio Civile Internazionale

Credo che i due risultati più rilevanti del viaggio in Palestina siano da una parte il fatto di essere riuscito a comprendere più a fondo ciò che è avvenuto e ciò che tuttora avviene nei territori occupati e dall’altra di riuscire ad interpretare con maggiore consapevolezza le notizie che arrivano in Italia.

I continui scambi di idee e i molti confronti diretti che abbiamo avuto con i palestinesi, le varie realtà con cui siamo venuti in contatto, le diverse città e villaggi che abbiamo visitato, le tante discussioni che sono nate anche all’interno della delegazione italiana hanno contribuito a chiarirmi il quadro della situazione.

Quelli trascorsi in Cisgiordania sono stati giorni intensi non solo per il programma e gli impegni previsti, ma soprattutto dal punto di vista emotivo. Continuamente ho dovuto fare i conti con una stridente contrapposizione, da una parte il permanente stato di oppressione, prevaricazione, emarginazione, umiliazione e violenza che subisce il popolo palestinese e dall’altra la forte volontà di resistere e ricominciare a condurre una vita “normale”.

Durante i lavori della Conferenza Internazionale di Bil’in (3 – 6 giugno 2008) ho potuto ascoltare diverse testimonianze sulla resistenza e sulla lotta popolare palestinese, ed in effetti questo è stato uno dei motivi principali per cui la delegazione italiana si è recata in Palestina.

Ancor più importanti sono stati i momenti in cui ho potuto vedere con i miei occhi i tanti esempi di strenua resistenza.

Visitare la Valle del Giordano, che per stessa definizione degli israeliani viene identificata come “zona di segregazione”, mi ha fatto conoscere quello che succede nelle zone rurali, distanti dai centri abitati. Quello che avviene in questa regione, tra le più fertili della Palestina, è una vera e propria pulizia etnica, condotta da parte degli israeliani tramite l’espropriazione delle terre, le continue demolizioni delle case o delle strutture necessarie per l’agricoltura (ad es. cisterne per la raccolta di acqua), il divieto di utilizzare l’acqua dei pozzi (ad uso esclusivo dei coloni israeliani), il taglio dell’approvvigionamento elettrico, la limitazione degli spostamenti per i palestinesi, fino ad arrivare all’assurdità di non permettere ai bambini palestinesi di raggiungere le scuole, bloccandoli ai check point per ore e ore per futili motivi di sicurezza. In sostanza si tratta di aver generato dei profughi in casa loro, lì dove vivono da migliaia di anni.

Nel villaggio di Al Jefktel, in piena Valle del Giordano, la popolazione si è ridotta dagli originari 35.000 abitanti agli attuali 5.000. Arrivando lì ci si rende conto immediatamente di quale sia la causa: la maggior parte delle case sono state demolite e le macerie sono ancora sul posto. Chi resiste e decide di restare non può far altro che ricostruirsi le case con mattoni di fango e paglia. E’ una resistenza che viene fiaccata quotidianamente dal non avere a disposizione sufficiente acqua per irrigare i propri campi. Questo appare evidente appena ci si affaccia sulla Valle del Giordano uscendo dalle montagne che la limitano ad ovest: gli appezzamenti coltivati dai coloni israeliani sono di un verde acceso, al contrario quelli palestinesi sono arsi da un sole che da queste parti è particolarmente forte.

Altra situazione incredibile, al limite del surreale, è quella che ho trovato nella città di Hebron, dove 500 coloni israeliani vivono protetti da 2000 soldati. Hebron, per lo meno il centro storico, è una città meravigliosa, purtroppo militarizzata a causa delle colonie che sono sorte negli ultimi anni al posto delle case palestinesi. A questo proposito alcune domande, che possono sembrare anche banali, ricorrevano frequentemente tra noi della delegazione italiana: “Come si può vivere asserragliati nelle proprie case e condurre una vita sotto scorta? Com’è possibile accettare che la propria presenza sia causa di sofferenza per un altro essere umano? Secondo quale diritto una persona può requisire una casa ad un’altra persona?”. Credo che ciò può avvenire solo nel momento in cui non si riconosce nel prossimo un essere umano con eguali diritti.

Fare una passeggiata nella parte vecchia di Hebron rende molto l’idea di quanto questo sia vero. Le piccole strade su cui si affacciano le botteghe palestinesi sono coperte da reti poiché i coloni che vivono ai piani superiori si sentono in diritto di gettare dalle finestre tutto ciò che gli capita a portata di mano. Questo non scoraggia i palestinesi che continuano ad aprire i loro negozi giorno dopo giorno e soprattutto a riaprire quegli esercizi che fino ad un anno fa erano stati chiusi dalle autorità israeliane. Anche ad Hebron sono presenti diversi check point e diverse zone della città sono interdette ai palestinesi. Il check point è il luogo dove si concretizza maggiormente l’oppressione e l’umiliazione nei confronti dei palestinesi. E’ qui che i militari trattengono per ore i palestinesi senza motivi reali. E’ qui che i militari non lasciano passare i bambini che vanno a scuola o che gli fanno perdere diverse ore per controllare gli zaini. La risposta palestinese è la resistenza ed i bambini per non perdere la scuola decidono di andarci senza zaino, per non dare alcuna scusa ai militari.

In ultimo, a mio avviso, un concentrato di tutto ciò che abbiamo vissuto in questi sei giorni in Palestina è stata la manifestazione con cui si è conclusa venerdì 6 giugno la conferenza di Bil’in. In quell’occasione abbiamo toccato con mano la violenza e la repressione israeliana, del tutto immotivata visto il carattere non violento e pacifico della dimostrazione. E pensare che sono tre anni che gli abitanti di Bil’in ogni “santo” venerdì fanno una manifestazione per protestare contro la costruzione del muro. Ogni “santo” venerdì si contrappongono in modo pacifico ai militari israeliani che rispondono con lanci di lacrimogeni e bombe sonore.

Paolo