Una giornata a Bil'in

15/01/2006

Fonte : Antenne di Pace

Palestinesi ed attivisti israeliani resistono all’occupazione costruendo un avamposto sul terreno dove è previsto un nuovo insediamento.

Dario Flores D’Arcais (Casco Bianco in Israele/Palestina)

Arriviamo al villaggio in tarda mattinata. Le strade sono deserte. Poche anime che entrano ed escono dalla moschea. Sulla cupola, oltre alla classica bandiera palestinese lacerata dal vento e dalla pioggia, stendardi di Hamas e delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. Qui non si scherza. Gli occhi fieri e stanchi di chi combatte da sempre ci squadrano con distacco. Siamo gli ennesimi internazionali venuti a vedere quello che in Palestina è diventato il simbolo della resistenza nonviolenta. Da un anno a questa parte ogni venerdì nel villaggio di Bil’in si manifesta. E settimana dopo settimana la violenza dei soldati non fa che crescere. Ma non siamo qui per questo. "Where is the wall?" Ci indicano una strada che si perde nei campi.

La barriera metallica si staglia sullo sfondo della verde vallata, creando un contrasto, di incredibile bellezza e indicibile terrore al tempo stesso. Ad attenderci una macchina.
Una settimana fa un gruppo di palestinesi e israeliani si è barricato in un caravan in mezzo alle ruspe che lavorano incessanti. Stanno costruendo un nuovo insediamento, illegalmente, sulla terra palestinese.
La settimana scorsa all’esercito sono bastate poche ore per sgomberare la zona, arrestando una decina di attivisti israeliani. Così il giorno seguente i "rivoltosi" hanno piazzato un nuovo caravan e la scena si è ripetuta. Il tempo necessario per tenere occupati i soldati e, sotto il gelo e la pioggia, costruire un avamposto di calce e mattoni, una lamiera per tetto. Adesso per legge hanno dieci giorni per ottenere il permesso edilizio che legittimi quella che è una semplice capanna. Dieci giorni, prima che i bulldozer la buttino giù. Dieci giorni di resistenza sotto stretto controllo militare, con la minaccia dei coloni, senza riscaldamento, nella stagione delle piogge.

Passiamo tra dune di sabbia, ruspe e betoniere. Sullo sfondo le colonie. Giungiamo all’avamposto dove una quindicina di persone si scalda davanti al fuoco, suonando e ballando. A pochi metri una pattuglia controlla la situazione. Parliamo con il responsabile della "resistenza" e con alcuni ragazzi israeliani venuti a dare manforte. Dal villaggio qualcuno porta acqua e viveri.
Quando un gruppo di quattro coloni dei vicini insediamenti viene verso di noi mi si gela il sangue. Ho visto di cosa sono capaci coloni invasati e non vorrei ritrovarmi nel mezzo degli scontri, con i soldati dalla loro parte. Rimango ancora più scioccato quando i coloni si scambiano baci e abbracci con i palestinesi. Qualcosa non mi torna.
Mi spiegano come i coloni vengano attirati da agevolazioni economiche d’ogni sorta per venire a vivere nei Territori, senza che spesso ne conoscano la realtà. Per loro si tratta solo di terra e una casa per la famiglia. Quando hanno scoperto la situazione dei vicini palestinesi si sono ovviamente stupiti. Ovviamente. Non immaginavano. Il governo sfrutta la loro inconsapevolezza e ignoranza. Dona loro la terra promessa. Perché rifiutarla? Non fa una piega. Questo è troppo. Lascio palestinesi e coloni insieme a bere un tè. Roba da matti. Vado a cercare una storia di violenza e disperazione e ne trovo una di solidarietà e speranza. Bah, sarà per la prossima volta.