Una giornata in Palestina

20/05/2010

di Gianna Pasini

“Siamo tutti palestinesi”, “Siamo tutti israeliani” (o ebrei?)… Facili slogan da pronunciare.
Io non sono né l’uno, né l’altro, ma i miei occhi hanno visto ed i miei piedi hanno solcato quella terra chiamata paradossalmente “santa”.
Non sarò equidistante, o politically correct come insegnano le ipocrite maniere, no. Lo dico a chiare lettere: si tratta dell’ennesima prevaricazione dell’uomo sull’uomo, di una popolazione perseguitata che a sua volta si vendica su un’altra popolazione con l’alibi della terra assegnata per “diritto divino”.
“Terra violenta e violentata”, ha scritto qualcuno. Già, ma chi è il violento e chi il violentato? Una par condicio fittizia m’indigna. Come possono essere pari le condizioni di chi impugna un fucile e di chi gli sta di fronte?
Ho visto le interminabili fila di palestinesi ai check-point, e l’unica volta che anch’io ho dovuto percorrere a piedi quegli interminabili recinti, “Go, lady go!” mi urla un militare armato di tutto punto dall’alto della barriera. Questo mentre, di fianco a me, un palestinese si stava spogliando di cintura, portafogli e quant’altro potesse allarmare il metal detector.
Pari condizioni?

Ho lasciato le impronte dei miei piedi lungo il perimetro di un muro alto otto metri che divide chi vive prigioniero sulla propria terra da chi afferma di doversi difendere. Ho visto sfrontati ragazzini in divisa intimare l’alt nel varcare questi confini perché “I do what i want”, e decido io chi può passare e chi no. E perché? Anche questo per potere assegnato “dall’alto”?
Come il costringere i lavoratori che entrano in territorio israeliano in pietose file ai chek-point sin dalle quattro di mattina per poter giungere in tempo sul luogo di lavoro? E magari quest’ultimo è proprio il cantiere della costruzione del muro (questo si “del pianto”), oppure delle belle e simmetriche casette di nuovi insediamenti coloniali?

I miei piedi hanno percorso anche le vie di Hebron, singolare esempio di occupazione verticale del territorio: i palestinesi nei piani inferiori ed i coloni israeliani sopra loro nella stessa struttura abitativa. Così i miei occhi hanno potuto vedere le reti di protezione “dall’alto” colme di ogni genere di spazzatura che anche il mio naso ha potuto odorare. Stesso odore, ma con sfumate variazioni sul tema, nel campo profughi di Shufat, nella periferia est di Gerusalemme a ridosso del muro, fondato sin dal ’48 (l’anno della fondazione di Israele e del primo conflitto arabo-israeliano terminato con la sconfitta araba e la creazione dei primi campi profughi) all’interno dei confini della città contesa, e gestito ancora oggi dall’UNRWA (agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei profughi palestinesi). Qui viene impedito di esportare l’immondizia ed allora, per non esserne sopraffatti, chi la produce la brucia nei container che la contengono. Difficile scordare quella puzza e l’aria che si è costretti a respirare.
Pari condizioni?
Con i miei piedi ho calpestato le dure zolle, dove riescono ancora a crescere gli ulivi, nel giorno dell’inaugurazione della raccolta del sudato prodotto. Sembra che i coloni ebrei approfittino di questa occasione per sparare addosso agli agricoltori. E la mira la sanno prendere bene visti i numerosi feriti sui campi. Dobbiamo chiamarli “infortuni sul lavoro”?

Durante la serata dedicata alla riunione con i parenti delle vittime palestinesi ed israeliane avevo come vicino un signore robusto, col viso rubicondo e di età senile. “Where are yuo from?” chiedo io con fare gioviale. “From Israel!” fu la sua risposta perentoria carica di orgoglio patriottico. Ho avvertito come una distonia nell’aria. Mi è sembrata una risposta anomala visto che ci trovavamo a Gerusalemme. Come se facessero a me la stessa domanda a Brescia ed io rispondessi “Dall’Italia”. Il mio limitato inglese non ha permesso che la conversazione proseguisse. Sarebbe stato interessante approfondire e cogliere altre sfumature.

In fondo la situazione “è semplice” da descrivere. C’è un posto sulla terra situato nel M.O. che coincide con quello che viene universalmente riconosciuto come Israele (Europa docet per rimozione di sensi di colpa). Si tratta di un Paese piccolo, non raggiunge i sette milioni e mezzo di abitanti, ma con uno degli eserciti più forti ed attrezzati al mondo, bomba atomica compresa. Davanti a tanto spiegamento di forze c’è una popolazione stracciona, alquanto incazzata, che si chiede perché mai dovrebbe togliersi dai piedi (per andare dove, poi?) e lasciare la propria terra ed abitazioni ad uomini che le reclamano “per diritto”?
A me sembra tutto un “rovescio” della Storia, l’assurdità più che la banalità del male.

Così i miei occhi non hanno potuto fare a meno di lacrimare. Ma ho anche sorriso a tutti quei bimbi che sorridenti mi venivano incontro per fare una foto alzando le dita a “v” in segno di vittoria. Sono piccoli e ancora credono nella speranza. Fortunatamente sono la maggioranza di questa prolifica popolazione. Rappresentano il futuro. Diventando adulti, cresce però anche la rabbia per le limitazioni a loro imposte, per le umiliazioni subite, le opportunità negate.
Sembra prevalga anche nei giovani palestinesi il “modello israeliano”. Andare nei locali la sera, fare schiamazzi (quasi insonni le mie notti a Betlemme…) e sgommare con l’auto che sfreccia veloce lungo le strade della città prigione.
É questa la parità che si voleva raggiungere? Omologare il desiderio di cogliere “l’attimo fuggente” e di godersi la vita finché puoi respirare?
E chi lo fa più fare ad un “patriota” di farsi saltare in mezzo agli “ebrei-nemici” per una causa persa in partenza? Emigrano, vanno in cerca di una vita gaudente nella mitica Europa, o meglio ancora negli States.

Procedendo nella mia esplorazione, ho avuto la fortuna di incontrare anche persone illuminate che credono nella “non violenza” prendendo Mandela e Gandhi come modelli. Così le mie orecchie hanno potuto finalmente udire parole di PACE, o almeno di speranza di pace. “Yes we can!”.
Gruppi di persone, israeliani e palestinesi insieme, che testardamente ogni venerdì manifestano presso il chek-point di Bil’in per protestare contro il muro di divisione. A noi, lo scorso venerdì, è stato impedito di camminare con loro, al chek- point di Qalandia non ci hanno fatto passare.

I miei occhi hanno potuto vedere anche il lavoro che compiono gli operatori italiani attraverso le ONG, Terre des hommes nel mio caso. Ho conosciuto Leo, una donna splendida e forte che come lei nemmeno un manager sa unire mani e cuori per portare a termine un progetto. È riuscita a guadagnarsi la stima dei suoi ospitanti attraverso la sua opera tenace di educazione e formazione nel villaggio di Beit Ula a nord ovest di Hebron. Sono stati forgiati competenti educatori che a loro volta trasmettono il loro sapere alle nuove generazioni. Un lavoro che parte dal basso, dai più piccoli, per crescere delle persone consapevoli di poter scegliere i valori che li guideranno nella loro vita. Con lei collabora Piergiorgio che insegna ai bambini a giocare a scacchi per far imparare “il gioco delle regole”. Piccoli mattoni che non serviranno a costruire muri o barriere, ma ad allenarsi ad una diversa concezione del vivere in una comunità che si voglia definire tale.

Un momento di forte emozione l’ho vissuto durante l’incontro con l’associazione dei parenti delle vittime di entrambe le fazioni. (Parents Circle – Families Forum). Da accapponare la pelle le loro testimonianze. Eppure erano lì, riuniti nello stesso luogo, insieme a noi, i 400 della marcia venuti dall’Italia a portare simbolicamente solidarietà. Conservo nella mente una stupenda immagine dell’esponente palestinese al quale i militari israeliani avevano ammazzato il fratello durante un’incursione, condividere la stessa cuffia per la traduzione simultanea con una donna israeliana che aveva perso il figlio, un militare di 27 anni. Ho scattato una foto che li ritrae guancia a guancia uniti da un auricolare, invece che divisi da un muro.
Potrebbe essere questa la leva per sbloccare quell’assurdo di prevaricazione-occupazione-paure e rifiuto delle ragioni dell’altro. Sostenere chi vuole unire anziché separare. Quest’ipotesi fa tremare il governo di Israele, prova ne sono le dure repressioni e le limitazioni imposte alla libertà altrui. Ed ecco allora che si impedisce l’accesso a Gaza anche a medici israeliani che curano le persone senza chiedere loro l’ID card.
GAZA: Gente Assediata Zero Accessi. Ancora adesso, a distanza di un anno dal “Piombo fuso”…
Unico conflitto in cui non è stata data alla popolazione possibilità di evacuazione.
Pari condizioni? La messa in atto della legge del più forte, direi. Una strage di civili; per difesa?
Quanta ipocrisia e sfrontatezza…
Mi viene in mente una scena del mio esame di maturità, quando con fervore asserii che “… la guerra portava soltanto morte e distruzione”…
“Ne è proprio sicura? – mi chiese il docente che mi stava esaminando – Non pensa che qualcuno si arricchisca con le armi impiegate, con la confezione delle divise militari (quest’ultima era una cosa alla quale assolutamente non avrei mai pensato) e tutto il mercato che si crea in questi frangenti? ”
Beh, veramente no, non la vedevo così allora. La guerra come un mercato.
Ora però “ho visto Gaza”, e prima ancora l’Afghanistan, l’Iraq, i Balcani… Un elenco senza fine.
Terreni dove si sperimentare armi e spartizioni di potere economico e politico.
E allora quasi rimpiango la mia ingenuità di allora, ma allo stesso tempo mi stupisco di quanto presto venga a noia la parola PACE. Non produce alcun mercato, è sterile…
L’economia non può stare ferma, cosa farne di tutte le armi che vengono prodotte? Brescia, la mia città con la famosa Armi Beretta, ne è purtroppo un cattivo esempio.

Rifiuto questa logica, e non sono la sola. Questo viaggio di conoscenza, in quella terra pregna di sangue, l’ho condiviso con altre 400 (quattrocento!) persone. Ovunque ci ringraziavano per la nostra semplice presenza. Perché quel che conta è esserci ed entrare nelle situazioni aiuta a valutare meglio misure e proporzioni. È stato utile per noi, ma anche per chi ha seguito a distanza questa nostra esperienza, sia a livello locale che nel nostro Paese di provenienza.
Abbiamo gettato un piccolo sasso nello stagno nella speranza di creare tanti cerchi concentrici che si allarghino sempre più fino a superare ogni muro, reale o ideologico, di divisione.

PS: Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri (israeliani e palestinesi) allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri. (Don Lorenzo Milani)

Gianna Pasini – 30 ottobre 2009