21/06/2008
Fonte: Le Courrier
di André Gazut
Tutti i venerdì, da tre anni, gli abitanti del piccolo villaggio palestinese di Bil’in manifestano contro la costruzione del Muro. E, immancabilmente, ogni venerdì, l’esercito israeliano tenta di impedire ogni azione di protesta.
I primi di giugno, si è svolta la terza Conferenza Internazionale di Bil’in dedicata alla lotta popolare nonviolenta. A ovest di Ramallah, il villaggio di Bil’in lotta dal 2005 contro l’edificazione del Muro e la costruzione di nuove colonie che “amputano” il 60% delle terre del villaggio. Organizzati in comitati popolari, ogni venerdì, gli abitanti manifestano, procedendo verso il Muro in maniera nonviolenta. E puntualmente, l’esercito tenta con la forza, di impedire lo svolgimento pacifico delle azioni popolari. I 200 internazionali, provenienti essenzialmente dall’Italia e dalla Francia, ma anche da paesi più lontani come il Giappone e gli Stati Uniti, sono fiancheggiati dai militanti israeliani.
Ogni partito palestinese –da Fatah al PFLP– ha inviato almeno uno dei suoi dirigenti. Eccetto Hamas. Non è sorprendente che tutti abbiano insistito sull’unità indispensabile dei palestinesi, sulla solidarietà con Gaza e sul riconoscimento dell’importanza della lotta di Bil’in. Anche Nil’in, un villaggio vicino, ha deciso di opporsi con la nonviolenza ai bulldozers israeliani che sradicano gli uliveti.
Ciò significa, forse, che i rappresentanti palestinesi si augurano che questo tipo di lotta si generalizzi e definisca una strategia chiara? Per Sa’adi El-Krunz, capo di gabinetto del primo ministro dell’Autorità palestinese, “oggi non si può essere ottimisti quanto a un passo avanti dal punto di vista politico (i negoziati), ma vogliamo offrire migliori condizioni di vita alla popolazione attraverso lo sviluppo economico”. Volontà encomiabile.
Il primo ministro, che apre il colloquio, arriva da Jenine dove ha incontrato degli investitori tedeschi per la creazione di una zona industriale. Ma, chi approfitterà di questi investimenti? A Ramallah sono appena state costruite numerose e belle case e anche delle torri per le società commerciali. Così i grandi commerci e le società fanno del business; i nonviolenti fanno dell’azione nonviolenta e i politici fanno della politica.
I partiti trovano da ridire. Denunciare la violenza sarebbe denunciare la lotta armata del passato, e oggi, condannare Hamas. Qais Abu Leila, del PFDP, dichiara: “Vorrei chiarire la nozione di violenza e d nonviolenza. Da sempre, il popolo palestinese ha scelto la resistenza per difendere i suoi diritti. Noi non siamo mai stati l’aggressore”. Luisa Morgantini ribatte: “Bil’in è nato sulla scia della prima Intifada. La seconda Intifada, quella della lotta armata, è stata un fallimento: io parlo dei risultati. Penso che la strategia di Bil’in debba diventare strategia nazionale”. E aggiunge: “Se, strategicamente estendete la lotta nonviolenta, i popoli di tutti i paesi sosterranno la vostra causa”. Una militante di Berlino incalza: “Sostenere la lotta di Bil’in aiuterà i governi europei a impegnarsi maggiormente in favore della causa palestinese”.
I responsabili del comitato popolare di Bil’in sono chiari rispetto alla loro scelta e fieri di agire. “Noi siamo soddisfatti di avere attirato l’attenzione internazionale. Anche l’anziano presidente Carter ci ha inviato un messaggio: ‘Voi siete l’espressione del sogno palestinese che non potrà essere distrutto. La politica dei tagli delle terre palestinesi è uno degli ostacoli maggiori al raggiungimento della pace’”. Oltre a quello di Carter è anche giunto un messaggio di sostegno da parte del direttore generale dell’Unesco Federico Mayer.
Gli abitanti di Bil’in, se sono felici per la presenza dei politici palestinesi, restano dubbiosi circa i loro ragionamenti che non si schierano né a favore delle lotta nonviolenta né per la violenza. Quelli di Bil’in, non sono certo politici ma, lottando anche attraverso lo strumento giuridico, hanno ottenuto un giudizio favorevole della Corte Suprema israeliana nel settembre 2007, quando hanno chiesto al Ministero israeliano della Difesa, di modificare il tracciato del Muro. E, nonostante l’esercito non abbia modificato nulla, loro sostengono di aver ottenuto una prima vittoria con l’aiuto di avvocati militanti israeliani.
Questa resistenza, che accomuna palestinesi e attivisti israeliani, ha creato dei legami solidi. La presenza israeliana, durante ogni manifestazione settimanale, specialmente quella del gruppo degli “Anarchici contro il Muro”, ha permesso una riposta militare meno violenta: cioè mille feriti in tre anni, ma nessun morto. Il comitato popolare rivendica la lotta nonviolenta come una nuova fase della resistenza, una resistenza “della base” che lascia il posto ai giovani. A tal proposito, il 26 maggio scorso, Ashraf Abu Rahme, testimone dei lavori di ingrandimento delle colonie vicine, è riuscito a salire su une delle gru interrompendo per sei ore tutte le attività. Alcuni coloni furiosi hanno allora attaccato l’équipe della televisione Al Jazeera, i militanti internazionali e gli israeliani presenti. Arrestato e poi liberato, Ashraf è diventato un eroe.
Durante l’ultimo giorno di conferenza, dopo la preghiera del venerdì, il corteo si è diretto verso la barriera. In testa, i responsabili del comitato di Bil’in, alcuni rappresentanti politici, mano nella mano con Luisa Morgantini e l’irlandese Maired Corrigan Maguire, Premio Nobel per la pace, che fu ferita l’anno scorso. Contraiamente ad aprile 2007, è stato possibile raggiungere la barriera. Qui, seguendo l’esempio di Luisa Morgantini, cinta nella sua fascia di vicepresidente del Parlamento europeo, le braccia si sono levate in segno di pace di fronte ai soldati israeliani. Un abitante del villaggio si è issato sulla cima di un palo elettrico dispiegando una bandiera palestinese. Nella folla, molteplici bandiere palestinesi e piccole bandiere hanno indicato l’origine dei militanti internazionali.
Oggi, le grandi agenzie mondiali di stampa sono presenti, con giornalisti e fotografi forniti, a giusta ragione, di maschere per il gas lacrimogeno. L’esercito lancia alcuni lacrimogeni. Molti ne sono intossicati. Il giudice italiano Giulio Toscano è ferito alla testa, uno dei dirigenti del comitato popolare è ferito a una mano. Un portavoce dell’esercito, interrogato dall’AFP, afferma che i manifestanti avevano “gettato delle pietre contro i soldati, che hanno riposto”. Questo punto è esatto. Qualche adolescente ha utilizzato delle fionde e l’esercito ha risposto. Un palestinese ha provato a dissuadere questi giovani dal lanciare pietre. A loro volta, per disperdere i manifestanti, gli israeliani hanno messo in campo un nuovo veicolo militare che può lanciare trenta granate alla volta.
Nell’aprile 2007, i manifestanti furono attaccati appena uscirono dal villaggio con il lancio di lacrimogeni e pallottole di gomma-acciaio. Venticinque feriti furono condotti all’ospedale di Ramallah.
Venerdì 13 giugno, però, i soldati israeliani hanno sparato proiettili veri contro dei giovani manifestanti palestinesi che lanciavano pietre. Il giovane Ibrahim Bornat è stato gravemente ferito alle gambe da tre proiettili. Suo fratello Rani, colpito otto anni prima alla colonna vertebrale da uno sniper israeliano, viene a manifestare ogni settimana su una sedia a rotelle.