Reportage: Bil'in e la forza popolare della resistenza nonviolenta

26/05/2010

Reportage di Gianna Pasini, attivista per la Palestina

“One, two, three, four: occupation no more. Five, six, seven, eight: no more settler hate. Nine, ten: no to a fascist State”.

Era lo slogan che andava per la maggiore durante la marcia del venerdì verso il checkpoint di Bil’in.
Parole contro spari, lacrimogeni e violenza, tanto gratuita quanto ingiustificata.
È stato il mio battesimo di fuoco al termine del 5th annual Bil’in International conference for palestinian popular resistance. Ho camminato fianco a fianco con palestinesi, israeliani ed internazionali per manifestare contro la costruzione del muro che separerà i nativi del luogo dalla terra che coltivano. Grazie alla loro ostinata resistenza in questo punto il muro ancora non è stato costruito. I “confini” sono stati segnalati da due fila di reticolati con una strada sterrata (a solo uso degli israeliani) racchiusa all’interno di essi.
Non mi spiego perché i militari israeliani rispondano con così tanta violenza verso gruppi di persone (compresi israeliani come loro) che si trovano sull’altro lato del territorio conteso, quindi terra palestinese, che urlano semplicemente la loro contrarietà all’apartheid che il governo israeliano vorrebbe applicare su un territorio sempre più vasto. Si ha l’impressione che si tratti di una farsa che si ripete con cadenza regolare; i miliari israeliani sanno che puntuali arriveranno i manifestanti, che a loro volta sanno già che alla fine del percorso, nei pressi del reticolato, troveranno i soldati “ad accoglierli”. Di certo non sono una farsa i feriti, anche gravi come è successo quel 23 aprile (paradossalmente un paio di giorni dopo noi italiani avremmo festeggiato la ricorrenza della Liberazione), o i morti come è successo a Bassem, un palestinese di 29 anni, deceduto un anno fa dopo che un candelotto gli aveva squarciato l’addome. Non è la prima volta che mi ritrovo a manifestare il mio dissenso, ma mai mi era capitato di rischiare il soffocamento in mezzo a tanto fumo puzzolente. Hai voglia di andare controvento… lì era tutto un campo di battaglia e non si capiva quale fosse la via di fuga. Nella tregua tra “una fumata” e l’altra, col teleobiettivo della mia reflex potevo vedere i militari israeliani che ci immortalavano a loro volta con macchine fotografiche ben più potenti della mia. Non certo per foto-ricordo…
Sono superiori in tutto loro; ben riparati dietro i blindati, con indosso giubbini antiproiettile e caschi, ad una distanza di sicurezza. La loro, ovviamente. Noi, di fronte, nella nostra “nudità”, armati soltanto di parole (uno “stronzi” è scappato anche a me, lo confesso… quasi non riuscivo più a respirare) e chissà mai cosa ci sparavano addosso?… Poche le bombe assordanti, ma di gas vari se ne diffondevano ovunque. Ho ricordato il G8 di Genova…

È assurdo, rispondono alla “provocazione della non-violenza” con ancor più violenza. Per 3 giorni al convegno si erano susseguiti interventi dove le proposte vertevano più verso una forma di boicottaggio economico *(BDS, boicottaggio-disinvestimenti-sanzioni) ed una forma di “intifada bianca”, una sfida senza armi. E la risposta del governo israeliano, la sola che sembra conoscere, consiste in prevaricazioni ed uso della forza.

La resistenza di Bil’in si sta allargando ad altri villaggi, e sta nascendo una nuova forma di lotta, diversa dalle precedenti. Speriamo riesca ad incidere di più sulla società civile israeliana, che liberandosi dal giogo della “sicurezza” ad ogni costo, possa prendere coscienza che non si può convivere col vicino attraverso l’oppressione e la privazione di ogni forma di dignità per l’altro.

“One, two, three, four: occupation no more….”

* LA CAMPAGNA BDS: Nel 2005 la società civile palestinese ha formulato una proposta unitaria ai movimenti internazionali di solidarietà: individuare modalità di boicottaggio di prodotti israeliani, disinvestimento da attività commerciali in Israele, sanzioni sullo Stato di Israele, boicottaggio accademico o culturale delle istituzioni israeliane che collaborano con l’occupazione e l’Apartheid o che non prendono posizione contro queste cose. Tutte queste richieste sono state formulate coerentemente nella campagna BDS (www.bdsmovement.org). Il movimento di BDS ha già collezionato molti successi (ad esempio contro le compagnie Veolia, Africa-Israel, Motorola) ed ha trovato adesioni in organizzazioni della società civile, accademiche, sindacali e governative di tutto il mondo, Israele inclusa. Tutti i sindacati degli stessi lavoratori palestinesi, sfruttati come forza lavoro a basso costo nelle società e piantagioni israeliane, sono tra i promotori della campagna di BDS.