20/02/2010
Questa lettera di Abdallah Abu Rahma redatta nella sua cella, è stata trasmessa dai suoi avvocati. Per favore, fatela circolare.
Cari amici e simpatizzanti,
sono passati due mesi dal giorno in cui sono stato ammanettato, bendato e portato via dalla mia abitazione. La notizia che il Muro dell’Apartheid sulle terre di Bil’in sarà finalmente spostato e che i lavori per il nuovo tracciato sono appena iniziati, mi ha raggiunto oggi nella prigione militare di Ofer. Riavremo indietro la metà delle terre che ci sono state rubate. Per noi che siamo imprigionati a Ofer a causa della nostra partecipazione alle manifestazioni contro il Muro, questa vittoria rende il dolore di essere qui, più facile da sopportare. Dopo aver resistito attivamente contro il furto delle nostre terre ogni settimana, aspiriamo a essere al fianco dei nostri fratelli e sorelle nell’occasione di questa vittoria nel quinto anniversario della lotta.
Ofer è una base militare israeliana nei territori occupati che funge da prigione e tribunale militare. La prigione è fatta da tende delimitate da filo spinato e chiusura elettrica. Ogni unità comprende quattro tende e ogni tenda comprende 22 prigionieri. Ora in inverno, il vento e la pioggia entrano dalle fessure e noi non abbiamo molte coperte, vestiti o prodotti per le necessità.
L’alimentazione è un elemento cruciale e non ce n’è a sufficienza. Sopravviviamo acquistando alimenti presso la cantina della prigione che poi prepariamo nelle nostre tende. Abbiamo solo un piatto caldo che è anche la nostra unica fonte di calore. Certe famiglie possono depositare soldi su un conto per acquistare cibo, ma molti non possono permetterselo. L’aspetto positivo è che ho imparato a cucinare. Questa sera ho preparato dei dolci per celebrare la nostra vittoria. Spero di tornare a casa e cucinare per i miei figli e mia moglie.
Quando sono stato arrestato, ero in pantofole e, a oggi, la mia famiglia non riesce a ottenere il permesso per fornirmi un paio di scarpe. Ho finalmente ricevuto il mio orologio dopo varie richieste. Per me è un mezzo essenziale per conservare il senso della realtà e per rendermi conto del tempo che passa. Quando l’ho ricevuto, mi sentivo molto felice, come un bambino che riceve il suo primo orologio. Non posso immaginare il giorno in cui ricevero un paio di scarpe.
In ragione della nostra prigionia, l’esercito considera le nostre famiglie come una minaccia per la sicurezza. E’ molto difficile per le nostre spose e i nostri figli poterci visitare. Il mio amico Adeeb Abu Rahma, anche lui prigioniero politico di Bil’in, non può ricevere visita da moglie e figli. Anche sua madre, una donna ottantenne, che non sta bene in salute, è considerata una minaccia per la sicurezza ! E lui ha paura di non riuscire a vederla prima che muoia.
Sono un insegnante e prima di essere arrestato, insegnavo in una scuola privata di Birzeit e mi occupavo anche di un allevamento di polli. La mia famiglia ha dovuto vendere la fattoria dopo il mio arresto. Non so se riuscirò a recuperare il mio posto a scuola quando sarò libero. I nove membri della famiglia di Adeeb sono senza risorse come tante altre famiglie. Noi non siamo più in grado di prenderci cura dei nostri cari e questa è la cosa più insopportabile.
Il sostegno che ricevo dalla mia famiglia e dai miei amici mi aiuta a tenere duro. Sono riconoscente ai dirigenti palestinesi che hanno preso contatti con la mia famiglia così come ai diplomatici europei e agli attivisti israeliani che hanno espresso il loro sostegno nel corso delle udienze. Le relazioni che abbiamo costruito con i militanti vanno al di là delle semplici relazione di partenariato o amicali… noi siamo fratelli e sorelle in questa lotta. Voi siete una fonte di ispirazione con la vostra solidarietà. Voi ci avete sostenuto durante tutte le manifestazioni e le udienze in tribunale, ma anche per le occasioni felici e dolorose. Essere in prigione mi ha fatto capire che ho dei veri amici e ve ne sono riconoscente.
E’ anche evidente che la nostra lotta è molto più importante e va al di là della giustizia per Bil’in o anche per la Palestina. Noi siamo impegnati in una lotta internazionale contro l’oppressione. Io so che ciò è vero quando penso che venite da ogni parte del mondo per cercare di fermare la colonizzazione e il Muro. Le persone, esasperate dall’occupazione, hanno partecipato alla nostra lotta e ci hanno dimostrato solidarietà. Quando la Palestina sarà finalmente libera, noi ci associeremo alla lotta per la giustizia che si combatte anche in altri luoghi.
Mancare al quinto anniversario della nostra lotta a Bil’in è come mancare al compleanno dei miei figli. Ultimamente penso molto al mio amico Bassem la cui vita è stata spezzata dall’esercito durante una manifestazione nonviolenta e sento che mi manca. Malgrado il dolore di questa perdita e la nostalgia che provo pensando alla mia famiglia e ai miei amici, sento che questo è un prezzo che dobbiamo pagare per la nostra libertà, che ne vale la pena e che siamo pronti a pagare anche di più.
Abdallah Abu Rahmah, dalla prigione di Ofer.